BOLOGNA – Verso la fine del dialogo, e dopo che Romano Prodi aveva sciorinato la sua profonda conoscenza della Cina, l’ambasciatore a Roma Ding Wei lo ha guardato ammirato e ha scandito: “Professore, lei conosce così bene il mio Paese che potrebbe essere un ottimo leader cinese”. Prontissima la replica di Prodi: “Forse avrei più fortuna che in Italia”. Il siparietto ha concluso un evento senza precedenti da noi: l’ambasciatore della seconda (e riservatissima) potenza mondiale che ha accettato di essere intervistato in pubblico, assieme a Prodi, davanti a una platea di studenti italiani e cinesi. Sicuramente un omaggio all’Università di Bologna che ospita 700 studenti asiatici ma anche all’ex premier, considerato un grande amico di Pechino. Prima di salire sul palco Ding Wei, conversando con i giornalisti, era stato prodigo di riconoscimenti verso la politica di Roma (“Apprezziamo le misure positive prese dal governo Monti. Ha fatto un lavoro eccezionale”) e verso l’italian style. “Brand come Gucci, Ferragamo, Armani sono famosi anche da noi. Io non li compro ma al nostro popolo piacciono molto”.
L’ambasciatore non ha mai nominato esplicitamente il tema dei diritti civili ma ci ha tenuto a sottolineare con forza che una cosa “è la globalizzazione dell’economia, altra è la globalizzazione delle cultura”. La prima giudicata positiva, la seconda no. “Il mondo è bello perché è vario ma i media occidentali ci criticano senza conoscere a fondo la nostra cultura e i problemi a cui dobbiamo far fronte in questa fase. Stiamo cercando una strada e so che sarà diversa da quella occidentale”. Nello sforzo di costruire ponti tra Cina e Occidente Prodi ha messo l’accento sull’efficacia del soft power, a suo tempo decisivo nell’esportazione del mito americano. “Per superare le distanze, voi cinesi avreste bisogno di un cantante popolare apprezzato nel mondo. Gli Stati Uniti hanno fatto così con il cinema e il jazz”. Il professore ha pronosticato che dopo i successi delle Olimpiadi e dell’Expo di Shanghai sono maturi i tempi di un exploit cinese in campo scientifico. “L’impegno che Pechino sta mettendo nella ricerca e sviluppo è poderoso e la Cina che copia i prodotti low cost cederà il passo a una leadership asiatica anche nelle nuove tecnologie. Vedrete, arriveranno anche ai premi Nobel”. Del resto, ha aggiunto Prodi da economista industriale, con una crescita dei costi che ormai è del 20% l’anno la Cina comincia a produrre innovazione o è morta.
Il confronto dalle culture si è poi spostato sui temi del Piano Quinquennale, il dodicesimo, che secondo Ding Wei si propone nientemeno che di cambiare radicalmente il modello di sviluppo cinese, “dalla quantità alla qualità”. Perché il Pil nazionale è altissimo ma quello pro-capite è ancora troppo basso. Un cinese ha ancora il 37% dello standard di consumi di un italiano. “Anche da noi ci sono differenze territoriali, molto più stridenti di quelle che ci sono tra il Nord e il Sud d’Italia. Per questo dobbiamo concentrarci sulla crescita dei consumi interni. Il reddito del popolo deve crescere del 7% nei prossimi 5 anni”. E nel contempo il Paese deve creare un proprio welfare perché dopo annai e anni di politica del figlio unico anche loro stanno invecchiando. Infine Prodi ha spiegato come la Cina dovrà darsi una vera politica estera, operazione non facile perché “ci sono 50-60 milioni di cinesi in giro per il mondo e sono tutte persone”, esposte ai contraccolpi di scelte di politica estera da parte di Pechino che non dovessero collimare con gli interessi dei Paesi che li ospitano.
Dario Di Vico