Il rinnovo della Presidenza di Confindustria è l’occasione per aprire una profonda riflessione sul sistema economico italiano, la sua capacità di competere e di crescere e sul ruolo della rappresentanza. L’articolo di Dario Di Vico di lunedi tocca i nodi fondamentali di questa riflessione. Prima l’Euro poi la crisi della scorsa estate hanno cambiato irreversibilmente il nostro mondo.
Se vogliamo guardare al ruolo di Confindustria in Italia nei prossimi quattro anni non possiamo più rifarci solo alle parole d’ordine care alla nostra tradizione ma dobbiamo divenire i protagonisti di un profondo cambiamento del nostro sistema economico e del nostro stesso modo di essere. Confindustria, su alcuni temi, ha già dimostrato in queste settimane di adattarsi a questa fase nuova. Ha spinto sulla riforma delle pensioni, anche se questa toglie flessibilità alle imprese, non si è sottratta a processi di liberalizzazione che possono modificare mercati nei quali operano anche propri iscritti, ha accettato una durissima manovra fiscale.
Ma oggi dobbiamo cogliere la forte spinta riformatrice che finalmente sta attraversando il Paese per affrontare con determinazione i grandi nodi della competitività del nostro sistema economico, della produttività delle nostre imprese, della criminalità nel mezzogiorno per dare slancio al sud. Su questi temi Confindustria deve esserci.
Nei mesi scorsi i Governi, per ridurre il deficit, sono intervenuti sui flussi, aumentando in modo drammatico la pressione fiscale. Era inevitabile. Ma se vogliamo ridare fiato alla nostra economia, oggi si deve intervenire sul debito e sulla spesa pubblica, promuovendo un’importante fase di cessione del patrimonio dello Stato e delle attività delle amministrazioni pubbliche che possono essere svolte dai privati (non in monopolio!).
Anche il problema del credit crunch oggi influenza in modo drammatico le prospettive delle nostre aziende. Senza credito non ci sono investimenti e non c’è futuro. Il confronto con il sistema bancario deve essere collaborativo, ma chiaro. Le nostre imprese sono aperte al mercato, vivono di efficienza e di innovazione, hanno bisogno di un sistema creditizio in grado di scommettere con loro sulla crescita. Le banche sono imprese, devono recuperare efficienza e far crescere il sistema produttivo nel quale operano, pena la loro fine.
Le imprese italiane devono crescere in un contesto che non deprima la loro capacità competitiva. In un Paese nel quale ancora è forte l’ostilità all’impresa e il sospetto verso l’imprenditore, Confindustria deve far capire che l’impresa è il luogo della creazione di ricchezza, delle opportunità per tutti, delle energie positive sprigionate per crescere, per competere nel mondo.
La contrapposizione tra impresa e lavoro è solo frutto di vecchi pregiudizi ideologici, non è la realtà dell’impresa italiana. I rapporti tra sindacato e impresa sono ancora troppo segnati da questa ideologia. Non è un problema di falchi e colombe, ma della volontà di superare inutili contrapposizioni per ridisegnare un nuovo mercato del lavoro, non frutto di mediazione e scambi, magari fatti sulla testa delle imprese e dei lavoratori, ma in grado di dare occupazione stabile e di qualità in un’economia che cresce.
Per far questo anche la nostra Confindustria deve cambiare. Non deve più essere un soggetto politico, deve ritrovare con serietà e forme più austere, il suo rapporto profondo con le imprese. Le quali devono rinnovare le ragioni dell’appartenenza a Confindustria. Deve essere più efficace nel rappresentare, deve selezionare nuovi imprenditori per le cariche associative, rimuovere il fenomeno dei professionisti dell’associazionismo. Si dovrà dedicare sempre di più a servire i processi di crescita e di apertura dei mercati delle imprese italiane. Certo le reti di impresa, le filiere, ma anche una più concreta attività di internazionalizzazione alla ricerca di nuove opportunità di business.
La Confindustria cambierà e tornerà ad esser un soggetto dinamico, protagonista della crescita del Paese.
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