L’economia dell’Emilia Romagna esporta beni in misura superiore a quelli che importa, realizzando rilevanti surplus. Riferendoci all’area dell’euro parliamo, per il 2010, di 18 miliardi di export contro 13 di import, mentre allargando lo sguardo all’economia-mondo i valori salgono a 42,3 e 26,6. Questo elevato grado di apertura dipende dalle sue solide tradizioni manifatturiere.
E’ di fronte agli industriali di una regione fatta così che, oggi, Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi esporranno qui a Bologna i loro programmi per la presidenza di Confindustria.
Beninteso, la stragrande maggioranza delle imprese è di ridotta dimensione (meno di 10 addetti), ma ciò non racconta tutta la storia. Anzitutto, molte micro e piccole imprese vivono all’interno dei distretti industriali; il Monitor dei distretti di Intesa Sanpaolo ne ha individuati 19 in regione (sui 140 nazionali), capaci di esportare 10,2 miliardi di beni pari a circa un quarto dell’export totale della regione.
In secondo luogo, si sono affermate le “medie imprese” censite da Mediobanca e Unioncamere: più di 500 sulle circa 4.000 del Paese, spesso con posizioni di leadership in tante nicchie globali.
In terzo luogo, anche i rami alti del tessuto produttivo emiliano-romagnolo danno i loro frutti: due delle pochissime multinazionali italiane hanno sede lungo la Via Emilia; non mancano poi imprese medio-grandi che fatturano fra 300 milioni e un miliardo in settori tutt’altro che semplici come la farmaceutica, la meccanica raffinata, la moda.
Guai riposare sugli allori, e la crescita dimensionale deve restare un imperativo categorico. Nell’economia davvero globale del nostro tempo non circolano solo le merci ma anche le fabbriche: un peso sempre crescente sono venuti assumendo gli investimenti diretti esteri (ide). Giusto ieri il Financial Times dava conto delle trattative per la vendita della Ducati. In generale, anche l’Emilia Romagna non riesce a eguagliare le brillanti performance in termini di commercio internazionale con un adeguato flusso di ide, che deve essere sia in entrata che in uscita.
Il rapporto fra imprese e territorio – lungi dall’essere insignificante - si è fatto così ancor più vitale. Si è tornati a parlare di una nuova politica industriale, che ha due grandi terreni d’elezione (il sostegno all’internazionalizzazione e gli investimenti in «conoscenza») e deve fondarsi su un metodo condiviso (la partnership fra pubblico e privato).
Un esempio fra i tanti è suggerito dall’appuntamento odierno degli industriali, parte importante della classe dirigente. In Emilia Romagna, Confindustria potrebbe avviare la riorganizzazione del suo sistema formativo, superando un’articolazione basata su Scuole provinciali e aggregandole fra loro.
Nel momento in cui anche nel mondo anglosassone si riscoprono le virtù dell’industria manifatturiera e si pone in discussione la supremazia assoluta del Master in Business Administration (il famoso mba) nella formazione delle élite, c’è un supplemento di responsabilità per chi la manifattura non l’ha mai abbandonata. Provare a costruire qui in Emilia Romagna una grande Scuola per l’«economia reale» rappresenta, crediamo, una chance.
Franco Mosconi