Le cose che Squinzi non ha detto
Caso Riello/ L’articolo di Antonio Costato sul Corriere Veneto

C’è un filo che lega il capitalismo della prima ora, quello del “triangolo industriale” dell’alba della nazione per capirci, al “quarto capitalismo”. E questo filo si chiama fabbrica-comunità, ruoli sociali distinti ma destini intrecciati, rapporti e non collusioni con mercato e banche, proprietà bene identificata e gestione diretta. Ho seguito da amico ma soprattutto da convinto sostenitore l’avventura di Andrea Riello perché la missione che si è proposto, e parlo al presente, è quella di riannodare questo filo. Solo attraverso la riscoperta dello spirito del Capitalismo genuino infatti sarà  possibile recuperare quella speranza di cui più di ogni altra cosa hanno bisogno le imprese e il paese.

I giornalisti hanno raccontato quello che si è potuto capire dall’esterno, attraverso dichiarazioni ed indiscrezioni, dell’incontro a porte chiuse tra Riello, Bombassei e le rappresentanze confindustriali del Nord Est che si è svolto martedì scorso a Mogliano. Chi come me ha partecipato dall’interno invece ha potuto leggere qualcosa in più nel richiamo fatto da Andrea. La riunione si è svolta nella mansarda di Villa Braida e l’architrave che tutti avevamo sopra la testa è stata un’occasione per ricordare il sacrificio di quanti non hanno retto alla pressione della crisi. Il sottinteso è che mai si è sentito parlare di protagonisti del capitalismo di relazione che abbiano deciso di farla finita perché le cose sono andate male o perché hanno troppi debiti in banca… E men che meno di manager. Anzi, molti di questi protagonisti sono stati pronti a spendere soldi (altrui) in comunicazione per esaltare successi anche effimeri e altrettanto lesti ad abbandonare le navi che hanno contribuito ad affondare.

È stato poi fatto un cenno all’articolo 18, tema sentito anche qui perché non è ammissibile che qualche fannullone trasformi il posto fisso in una rendita. Ma ancora una volta percepito con intensità diversa dal resto del paese. Da noi infatti il lavoro è un dovere naturale e le performances dei collaboratori nelle imprese del Nord Est, si misurino in termini di produttività o banalmente con gli indici di assenteismo, sono le migliori d’Italia. Eppure le leggi in materia di lavoro sono le stesse.

Alla fine del suo discorso, nel fare “un passo a lato” Andrea ha fatto un richiamo all’attenzione che anche Confindustria deve dare alla provincia, dove “ogni paese vuole continuare a prosperare attorno alle sue fabbriche e i suoi campanili e non vuole ridursi ad avere solo l’insegna di una banca”, precisando che in questo momento così difficile non tre ma due candidati sono già troppi. I toni usati nel confronto per la successione a Emma Marcegaglia infatti stanno pericolosamente salendo. E anche qui viene per certi versi in soccorso l’esperienza della provincia dove contese simili, ancorché su scala locale, ne abbiamo viste parecchie. E sono tutte andate a finire male. Perché le grida profanano un rito, quello dell’individuazione del Presidente, e il risultato ultimo è un danno all’immagine e all’autorevolezza dell’istituzione. Un passo di lato quindi che sarebbe stato più facile dopo essersi tolto qualche sassolino dalle scarpe e che invece Andrea ha voluto fare con sobrietà dimostrando che la provincia dalle esperienze negative è capace di trarre insegnamento.

Se vogliamo dare una morale a questa vicenda si possono recuperare le parole di Ferruccio De Bortoli a conclusione del convegno a Padova del 1° ottobre scorso sui Nuovi Veneti. Dopo averci descritti come gente onesta, caparbia, lavoratrice e ingegnosa al tempo stesso, leale e capace di vivere un senso della comunità molto profondo, e dopo avere rivendicato le sue origini bellunesi, il Direttore ha chiuso dicendo che “nulla ci vieta di essere un prodotto da esportazione”. Aggiungo che se in Italia non hanno ancora compreso la qualità della nostra mercanzia sta a noi continuare comunque a proporla nella versione originale, senza cedere alla tentazione di adulterarla per addomesticarla a gusti diversi.

Antonio Costato, vice presidente Confindustria per il federalismo e le autonomie