Le cose che Squinzi non ha detto
Così Galli della Loggia ricorda Cafagna sul Corriere

[CAP4X1COL]C [/CAP4X1COL]<CS9.3>apita talvolta che la vita culturale di un Paese annoveri protagonisti i quali non sono destinati alla celebrità dei media o delle grandi tirature editoriali, comunque alle luci splendenti della ribalta, che anzi in certo senso studiano di tenersene lontani, ma che dalla loro posizione appartata esercitano un’influenza così profonda da divenire un vero e proprio magistero. Al piccolo numero di costoro appartenne Luciano Cafagna, scomparso domenica all’età di 86 anni. E quanto egli ebbe a dire una volta a proposito del proprio rapporto con la politica descrive perfettamente quello che fu in generale il suo atteggiamento verso la dimensione pubblica: «Chi scrive», si legge in un suo saggio del 1987, «si tiene prossemicamente a “distanza di fuga” da concreti impegni politici a causa di un maniacale — e paralizzante — culto dell’equilibrio tra etica della convinzione ed etica della responsabilità».
<CS9.4>Fu anche tale culto a fare di Luciano Cafagna — studioso di economia e di sociologia, storico acutissimo, saggista dallo stile originale, sempre sospeso tra l’arguzia colloquiale e l’alto richiamo teorico — uno tra i più importanti rappresentanti della cultura democratica e riformatrice dell’Italia repubblicana. Con una larghezza d’interessi sconosciuta a un Silone, anche a un Bobbio, e insieme una spregiudicatezza e una libertà intellettuali non inferiori a quelle di un Ernesto Rossi o di un Nicola Chiaromonte.
</CS><CS9.6>Pur tenendosi a «distanza di fuga», egli appartenne comunque a una generazione che, come poche, fu toccata dalla politica e pochi come lui si sentirono per tutta la vita parte di quella cosa chiamata «sinistra» che, esauritasi nel 1956 la giovanile adesione al Partito comunista, egli si sforzò sempre di pensare (e di indurre la sinistra stessa a pensarsi) come una sinistra di governo nel quadro di una democrazia di tipo occidentale accettata senza ambiguità e retropensieri. Da qui il suo riconoscersi fino alla fine nella linea autonomista del Partito socialista pur evitando di demonizzare (anzi!) il Pci togliattiano, del quale, tuttavia, previde con lucidità la catastrofica <CF8122>impasse</CF> finale. Da qui, anche, la polemica di alcuni suoi saggi memorabili degli anni Settanta e Ottanta, — e cioè in un contesto italiano che egli definiva a ragione come «visceralmente antiriformista» — soprattutto contro l’intera eredità della rivoluzione d’Ottobre e le sue troppo lunghe suggestioni o per esempio contro Lelio Basso e altri in difesa di Aleksandr Solzhenitsyn e della «portata enorme» della sua testimonianza.
</CS></CS><CS9.3>Ma nel caso di Luciano Cafagna dicendo politica si rischia di usare un termine inadeguato. Infatti, sulla scia di una tradizione italiana rappresentata nel punto più alto da Antonio Gramsci, la sua riflessione in questo campo fu costantemente condotta mobilitando e incrociando un materiale storico grande e multiforme, secondo una passione per la storia che fu senza dubbio la sua più vera e più alta passione. Una passione arricchita, vivificata, dalla grande riflessione sociologica che da Tocqueville andava ad Aron, passando per Weber e Schumpeter. Dobbiamo ad essa gli studi pioneristici sulle origini del dualismo economico italiano e sul nostro sviluppo industriale, così come i preziosi contributi interpretativi circa le vicende che all’inizio degli anni Novanta portarono alla crisi della Prima Repubblica. Le dobbiamo soprattutto un volume su Cavour (passato a suo tempo sotto silenzio e riscoperto solo in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità) che costituisce non solo un’analisi dell’opera del Conte e del complessivo processo di unificazione, visto in tutta la sua contraddittoria complessità, ma che si proietta sull’intera vicenda successiva del Paese, finendo per consegnarci una sorta di sommario dei tratti originari della nostra storia nazionale.