al suo già di per sè centrato commento di oggi dalle pagine
del Corriere su Claudia e l’irreale dibattito sull’art. 18, aggiungo
un piccolo appunto sulla mia esperienza che completa il già di per sè
bugiardo ed effimero taglio dato da Monti ed altri governi sul tema
(complici i sindacati che considerano il mercato del lavoro ristretto
solo ad una forma e tacciono conniventi a tutto quello che viene eroso
da questa forma). Per parlare, come leggerà alla fine, di contributi
pensionistici degli autonomi, quelli che non si annoiano mai…
Mi sono laureata pagandomi l’università per scelta con un lavoro al
nero (dal 1992 al 1997 a Napoli dove la maggior parte del lavoro anche
oggi è al nero).
La mia università (erano gli anni della pantera, delle contestazioni
di massa per l’aumento delle tasse) non ha riconosciuto il mio stato
reddituale di nullatenente (ero uscita dallo stato di famiglia dei
miei ma, lavorando al nero, risultavo a zero reddito), adducendo il
pretesto che, udite udite, la legislazione vigente dice che solo suore
e preti potevano fare voto di povertà e io per forza mangiavo… con i
soldi dei miei. Ergo pagavo pure il massimo delle tasse!
Il paradosso arriva quando, in successivi impieghi che credevo
regolari (dopo la laurea e due master of course, pagati sempre con
altro lavoro nero), scopro che ben due datori di lavoro non mi versano
i contributi (illegalmente). Succedeva a Milano…Saluti e baci a 7
anni di contributi, 5 al nero e 2 che non dovevano esserlo.
Da dieci anni lavoro in proprio - a Milano - e non è stata una scelta
ma una necessità, mi sono inventata una professione e un’agenzia. Sono
una delle tante partite iva per grinta. Sono convinta che i figli del
prof. Monti siano invece indirizzati ad una carriera di stipendiati.
Lo stato, quello protempore rappresentato da Monti, nel mentre mi dice
che bisogna essere flessibili (un’ovvietà per le tante Diana e Claudia
di Italia, a sud come a nord), sa cosa fa?
Viene a batter cassa ai miei contributi pensionistici d’autonomo,
aumentandoli per pagare le casse integrazioni di quelli del posto
fisso ed altre amenità.
Questo è intollerabile, visto quanti anni dovrò lavorare per arrivare
alla pensione. A questo punto gli autonomi d’Italia potrebbero fare
rivoluzioni.
Mi farebbe piacere lei potesse dedicare un commento a questa
paradossale situazione. Credo che i contributi degli autonomi debbano
essere aumentati solo per esigenze connesse a questa classe di
lavoratori, che peraltro non hanno sindacati così influenti ad
occuparsi di loro
I miei migliori saluti
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Diana Marrone