Iniziamo da una piccola grande verità. A determinare il gap di competitività del sistema Italia non è l’inesistenza di un moderno mercato dei taxi ma l’alto costo dell’energia. Le utenze domestiche costano il 12% in più della media Ue e la bolletta energetica delle aziende è del 26% più alta rispetto ai concorrenti europei. Ripeto: 26% in più. I governi che si sono succeduti a palazzo Chigi negli anni prima della Grande Crisi non hanno affrontato questo nodo lasciandolo così in eredità a Mario Monti. Ma saranno proprio le decisioni che il governo tecnico prenderà in materia di liberalizzazioni dell’energia a dare il segno del Consiglio dei ministri di domani. Nella filiera del carburante il potere è totalmente a monte, in mano ai petrolieri, mentre il consumatore finale assiste attonito alle variazioni del prezzo alla pompa. Nel mercato del gas per abbassare i prezzi si deve tagliare il conflitto di interessi che lega Eni e Snam Rete Gas. Lo scorporo non è rinviabile e i tempi di implementazione non possono slittare all’eccesso ma contenuti nell’ambito delle strette necessità tecniche.
Il governo Monti non ha bisogno di rastrellare consenso a breve e quindi sta agendo con determinazione nei confronti di alcune categorie, come professionisti/taxisti/ farmacisti, che oltre a indubbi meriti hanno sempre saputo esercitare una forte pressione sui partiti affinché non modernizzassero i loro mercati. I tecnici non hanno problemi di infedeltà elettorale e quindi possono sfidare i veti delle categorie. Hanno però un obbligo di coerenza. Devono fare le battaglie vere e non solo quelle di principio. E quindi dopo l’energia è bene che dimostrino di non avere timori reverenziali nei confronti delle banche. Finora il governo si è mosso tutelando l’azione sistemica che il credito ha in una società industriale avanzata ma ciò non è in contraddizione con maggiore trasparenza nei rapporti con imprese e famiglie. Basta scorrere un rendiconto trimestrale per avere davanti ai propri occhi un catalogo di balzelli mentre resta sempre difficile cambiare banca e non si sta affinando la capacità di selezionare il credito in base al merito.
Il percorso che il governo ha iniziato per liberalizzare le professioni è da condividere. Citiamo una novità per tutte: l’obbligo di fornire al cliente un preventivo di spesa. Nel mondo delle professioni, però, accanto a momenti di apertura (testimoniati dal dibattito svoltosi sulle pagine del Corriere) convivono atteggiamenti di chiusura. Il timore che li motiva è l’annullamento della specificità professionale e il rischio di subire un’invasione di campo da parte del grande capitale. Per diradare queste ombre la strada c’è: ribadire il carattere strategico che le professioni hanno nella ripartenza dell’economia italiana e affermare il principio per cui nelle società di capitali il 51% dovrà restare in mano ai professionisti.
Ad occupare la scena negli ultime 48 ore sono stati i conducenti delle vetture pubbliche. Posto che l’equazione Monti=Reagan e taxisti=controllori di volo è solo una suggestione letteraria, il governo si è mosso con sagacia. Ha saputo ascoltare, ha spinto le controparti sul terreno dell’elaborazione di proposte e si è giustamente riservato l’ultima parola. Se si vuole davvero modernizzare non bisogna peggiorare la condizione di lavoro ma spezzare il legame perverso tra taxisti e sindaci/aspiranti tali. Quindi va prevista un’articolazione dei poteri tra authority e Comuni, non si può però continuare a governare il settore con commissioni paritetiche che hanno visto i sindaci ostaggio dei propri elettori.