Acquisizioni- Dps/Trony rileva i negozi di Fnac in Italia

 

Il liquidatore di FNAC Italia, Matteo Rossini, ha siglato Venerdì 19 Aprile un accordo d’intesa con Yves Di Benedetto, A.D. di DPS Group, per l’affitto del ramo d’azienda di FNAC Italia con offerta irrevocabile d’acquisto, condizionata all’omologa del concordato preventivo.

Il ramo d’azienda, oggetto della trattativa, è costituito dai 5 negozi situati nei centri storici di Genova, Napoli, Verona, Torino e Milano.

 

A tale scopo, già oggi Lunedì 22 Aprile, DPS incontrerà i sindacati per perfezionare un accordo che preveda l’ingresso nella gestione dei punti vendita a decorrere dal 1° di giugno.

 

L’accordo è subordinato all’autorizzazione del giudice del tribunale fallimentare.

 

Dopo l’acquisizione dei 20 negozi Darty in Marzo 2013, DPS si conferma, nonostante un mercato difficile, un’ azienda protagonista nella ricerca di uno sviluppo sostenibile.

 

La famiglia Piccinno, azionista di maggioranza della DPS, ha intrapreso un percorso di professionalizzazione e razionalizzazione dell’azienda con, in parallelo, un veloce programma di crescita.

 

Per quello che concerne l’offerta accettata dal liquidatore della FNAC, Yves Di Benedetto ha dichiarato : “Anche se per noi era un momento di grande attività legata all’integrazione dei punti vendita ex Darty, non potevamo non cogliere questa opportunità di FNAC Italia per le location che sono tra le migliori in assoluto in queste 5 città. Questa operazione, senz’altro aggiunge valore alla nostra azienda ed è in linea con nostri obiettivi a medio e lungo termine. Richiederà uno sforzo importante di integrazione e di investimenti per rimettere a regime dei punti vendita che per quasi un anno e mezzo sono stati trascurati, incluso i dipendenti che speriamo ritrovino motivazione nell’assistere il cliente. Confidiamo quindi nella collaborazione degli stessi ma anche dei sindacati e delle proprietà per velocizzare questo processo. Le location che andremo a rilevare si prestano anche a valutare nuovi modelli di business e da alcuni mesi stiamo progettando delle formule di offerta che crediamo che il settore dell’elettronica, bisognoso di innovazione, potrà accogliere con interesse”.

 

DPS ringrazia i suoi consulenti: lo studio legale dell’Avv. Maurizio Marcantonio e lo studio di consulenza del lavoro del Dott. Fabio Bianchi per le competenze e la professionalità con la quale hanno supportato DPS per queste operazioni (Darty e FNAC) coinvolgendo entità multinazionali di primo livello.

 

DPS Group ringrazia ugualmente per la collaborazione professionale di Luigi Belluzzo  (Belluzzo&Partners) che ha assistito la società durante le negoziazioni con FNAC fino alla firma dell’offerta, con l’ausilio del team legale dell’Avv. Piccareta (Studio Gattai).

 

 

A proposito di DPS Group

DPS Group opera nel settore della distribuzione e vendita di elettrodomestici ed elettronica di consumo sia all’ingrosso, verso rivenditori ed affiliati a marchio SINERGY, sia al dettaglio attraverso 62 punti vendita di proprietà a marchio TRONY. Altri negozi sono gestiti direttamente in partnership con imprenditori locali.

La Famiglia Piccinno, proprietaria di DPS Group, opera nel settore da oltre 30 anni, inizialmente (dal 1977) come distributore all’ingrosso e in seguito anche nella vendita al dettaglio attraverso la gestione diretta di punti vendita di proprietà in Puglia, Basilicata, Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto . Al seguito della recente operazione che ha visto l’integrazione dei punti di vendita ex Darty, il Gruppo Kesa ha ottenuto una partecipazione minoritaria in DPS. L’azienda presenta attualmente un organico di oltre 800 dipendenti e genera un fatturato di circa € 250 Mln ed è socio del Gruppo GRE, proprietario del marchio TRONY.

 

A proposito di G.R.E.

G.R.E. (Grossisti Riuniti Elettrodomestici) è parte integrante di E-Square, gruppo di aziende indipendenti che riunisce sotto un unico tetto europeo le attività commerciali di Electronic Partner International GmbH&Co. KG e di Electronic & Domestic Appliances S.C. (EDA). Nasce nel 1972 per volontà di 8 aziende con lo scopo di capitalizzare la capacità di acquisto delle realtà consociate. Nel 1996, dopo l’acquisizione del marchio Trony, G.R.E. attua per prima nel mercato italiano la strategia dell’insegna comune. Nel 2000 lancia il programma di affiliazione con insegna Sinergy. Attualmente la società è controllata da 16 aziende azioniste e vanta più di 300 punti vendita sul territorio nazionale (tra Trony e Sinergy). G.R.E è un’azienda associata AIRES (Associazione Italiana Retailer Elettrodomestici Specializzati).

Artigianato/ La mappa di manifattura e servizi. Chi può farcela e chi no

  E’ stato l’artigianato a pagare, finora, il prezzo più alto delle chiusure d’impresa nel 2012. Il tasso di cessazione, calcolato da una ricerca del Centro Studi della Cna, è risultato infatti dell’8,4% contro una media del sistema produttivo del 6,6%. Il guaio è che non stiamo parlando solo in retrospettiva, nei primi mesi del 2013 il trend non si è invertito né ha rallentato. La previsione per fine anno è di altre 140 mila saracinesche artigiane abbassate pari al 10% del totale, con un’erosione della base produttiva stimata in 2 punti percentuali. La ricaduta negativa dell’indebolimento delle filiere in termini di occupazione sarebbe di 300 mila posti di lavoro.   

   Il centro studi della Cna, però, non si è limitato a operare previsioni su dati aggregati ha cercato anche di indagare settore per settore per formulare una mappa delle attività “maggiormente a rischio”, di quelle “in crisi ma con la speranza di agganciare la ripresa”, delle aziende “in lento declino”, infine, di quelle “apparentemente in salute”. Nel primo girone dell’inferno delle Pmi, quello del massimo rischio, vanno collocate le impresi edili per le quali la crisi dura ormai ininterrottamente dal 2008. Dopo il mattone gli altri comparti del manifatturiero più duramente colpite sono il tessile e l’abbigliamento, i mezzi di trasporto (tra cui la nautica settore-vanto dell’artigianato), stretti tra il crollo della domanda e la concorrenza a basso costo dei Paesi emergenti. Tra i servizi risulta fortemente ridimensionato il comparto della pubblicità e delle ricerche di mercato che sembra risentire del taglio delle attività precedentemente esternalizzate dalle grandi imprese e ora decimate per far quadrare bilanci sempre meno positivi.

    I settori in crisi che la Cna considera però in grado di agganciare, nonostante tutto, la ripresa sono quelli investiti fortemente dall’ondata recessiva del 2012 ma per i quali la base produttiva (numero di imprese registrate) tende comunque ad aumentare grazie all’elevato numero di nuove nascite. Stiamo parlando dei servizi di logistica e di supporto ai trasporti, delle attività artigianali di ristorazione (gelaterie, pizzerie al taglio, panificatori)e dei servizi di consulenza informatica. Si tratta di comparti nel quali fortunatamente il turnover tra imprese in entrata e in uscita resta vivace, anche se le cessazioni si sono tenute attorno al 10%. E’ chiaro che le imprese in entrata appaiono probabilmente meno strutturate di quelle che hanno chiuso, tuttavia se i tassi di apertura sono superiori a quelli di cessazione vuol dire che per questi settori la previsione degli operatori è quella di un ritorno alla profittabilità in tempi non troppo lunghi.

    Quali sono invece i settori giudicati “in lento declino”? Purtroppo rientrano in questa categoria molti comparti manifatturieri tipici del made in Italy come i mobilifici, l’oreficeria, la meccanica, la produzione di ceramiche e piastrelle. In questi segmenti il tasso di cessazione non ha raggiunto valori esorbitanti (comunque al di sotto della media complessiva) ma i dati registrano comunque una lieve erosione della base produttiva (inferiore al 2% su base annua) a causa del basso numero di iscrizioni. C’è meno turnover. Diversamente dai comparti in crisi ma con la speranza di agganciare la ripresa queste ultime sono attività in cui le opportunità sono state colte pienamente negli anni passati e per i quali la recessione del 2012 ha solo accentuato un declino iniziato negli anni precedenti.

   Dulcis in fundo, i settori apparentemente in buona salute. Sono le “mosche bianche” dell’artigianato perché presentano tassi di cessazione relativamente contenuti e nuovi ingressi. Le imprese riescono a resistere e vi è un sostanziale equilibrio tra iscrizioni e cessazioni. In questo girone, che possiamo collocare almeno nel purgatorio, rientrano sia comparti sia del manifatturiero sia dei servizi. Ad esempio la chimica, per quel che riguarda la produzione di materie plastiche, fertilizzanti, profumi, cosmetici e saponi. Ma anche l’alimentare, notoriamente settore anti-ciclico. Nel terziario paiono tenere i servizi per la persona come i centri estetici, gli acconciatori, le tintorie e le lavanderie. Il giudizio della Cna è che si tratta di imprese che operano in attività per le quali c’è una domanda incomprimibile e la cui dimensione tipica comunque è quella del negozio e non del capannone.

   Dario Di Vico

   

Curiosità/ Ho trovato una vecchia recensione (del 2000) a un pamphlet di Barca padre

In principio fu la talpa. Battezzata addirittura da Karl Marx le fu caricato il compito di “scavare sotto il capitalismo”. Ora al suo posto nella simbologia della sinistra spunta come mammifero di riferimento il castoro, “capace di costruire ponti che superino gli squarci che il capitalismo produce nel tessuto economico e sociale”. A proporre la singolare staffetta - nel pamphlet “Del capitalismo e dell’ arte di costruire ponti” edito da Donzelli - e’ Luciano Barca, economista e politico di lungo corso, a suo tempo stretto collaboratore di Enrico Berlinguer. Luciano e’ anche il padre di Fabrizio, a sua volta economista tra i piu’ brillanti della nuova generazione e teorico della nuova programmazione. E proprio la lettura incrociata delle riflessioni del padre e del figlio (autore tra l’ altro di una ponderosa quanto originale “Storia del capitalismo italiano”) aggiunge sale alla lettura del pamphlet che sta per uscire in libreria. Sostiene Barca senior che “se si vuole tentare di uscire dalle contraddizioni del sistema in cui viviamo” la sinistra in Italia non deve aver remore a tornare a parlare di capitalismo, specie in una fase in cui la finanza si contrappone al fare industria e la produzione si distacca da ogni riferimento ai bisogni di una comunita’ territoriale. Ma attenzione, quella che propone l’ ex responsabile economico di Botteghe Oscure e’ una soluzione assai diversa dalle vecchie ricette dirigistiche. L’ azione di riforma, infatti, e’ affidata a soluzioni decentrate e a soggetti intermedi capaci di “socializzare la politica”. Quali? Sicuramente gli istituti della programmazione negoziata come contratti di programma e patti territoriali, il decentramento regionale, le fondazioni ex bancarie e l’ associazionismo non profit. Sono questi i castori a cui Luciano Barca affida le speranze di una sinistra rinnovata e post - statalista, capace di costruire un ponte tra etica ed economia. “E le forze disponibili - annota - sono molte piu’ di quanto si pensi in certi palazzi”. E’ facile rintracciare nelle parole del padre - in una sorta di gioco degli specchi - il riflesso delle esperienze che Barca junior ha portato avanti nel suo ruolo di responsabile del Dipartimento per lo sviluppo del Tesoro (che ha ricoperto per un anno e mezzo) e “teorizzate” nella Relazione previsionale programmatica che ha accompagnato la Finanziaria del 1999. Ma e’ anche vero che nella battaglia culturale ingaggiata da Fabrizio per rilanciare la programmazione al Sud - e che lo ha portato ancora di recente a sostenere la necessita’ di riprogettare il territorio “come hanno fatto a Glasgow e a Bilbao” - c’ e’ del know how per cosi’ dire familiare, dovuto alla lunga permanenza di Luciano alla testa della commissione Mezzogiorno della Camera. Chi influenza chi, dunque? Alla domanda non c’ e’ risposta, perche’ i Barca sembrano dar vita a una contaminazione reciproca. Concetti come “la societa’ locale si faccia stato locale” oppure “la necessita’ di un “compromesso ordinario” tra forze sociali e politiche per riformare la pubblica amministrazione” ormai appartengono ad entrambi, chiunque dei due li abbia scritti. Dario Di Vico

Rocca verso la presidenza Assolombarda -

Gianfelice Rocca sarà il prossimo presidente dell’Assolombarda. La consultazione tra gli associati è ancora in corso ma il rappresentante della Techint ha ormai guadagnato un vantaggio che appare incolmabile. Si stima, infatti, che attorno alla sua candidatura si sia stretto circa l’80% dei consensi raccolto tra le categorie industriali (meccanici, chimici e tessili) ma non solo. Oltre Rocca ai nastri di partenza della gara per la successione ad Alberto Meomartini si erano presentati altri tre candidati: Giuliano Asperti, Giorgio Basile e Adriana Mavellia. Non è ancora chiaro se uno di loro riuscirà a mettere assieme il 15% necessario per partecipare all’atto finale ovvero la designazione da parte della giunta con voto segreto. L’appuntamento è fissato per il 7 maggio ma si saprà per tempo se in quella sede i membri di giunta saranno chiamati a scegliere tra uno o più candidati. Formalmente, poi, la designazione della giunta deve passare dall’assemblea dell’Assolombarda che ha la potestà di indicare ufficialmente il suo presidente. Ma al di là di un rito che forse ha fatto il suo tempo le oltre 5 mila imprese di Assolombarda hanno già di fatto scelto Rocca.
Oltre alla territoriale di Milano il ricambio al vertice sta interessando anche le strutture confindustriali di Brescia, Bergamo e Monza. In quasi tutti i casi le preferenze degli iscritti si stanno orientando verso candidati provenienti dall’industria manifatturiera, «dalle fabbriche» per dirla in gergo. A Bergamo, scaduto il mandato di Carlo Mazzoleni, è stato scelto uno dei suoi vice, Ercole Galizzi della Argomm (gomma-plastica). A Monza la presidenza di Renato Cerioli (gruppo Rotelli/sanità) è alle battute finali e sembra destinato a succedergli il vicepresidente vicario Andrea Dall’Orto (meccanica). Più movimentata è stata, invece, a Brescia la competizione per dare il cambio all’uscente Giancarlo Dallera. Alla fine l’ha spuntata non un vicepresidente, come era successo in passato, ma quello che all’inizio era considerato un outsider: Marco Bonometti (Officine meccaniche Rezzanesi).
Dario Di Vico

Architetti 2013/ Meno progettazione, redditi bassi e calano nettamente le iscrizioni all’università

 Gli architetti italiani stanno vivendo una stagione tormentata. Sono tantissimi, oltre 150 mila, molti di più che in Germania (100 mila) e cinque volte i francesi e gli inglesi (30 mila). Da noi ogni mille abitanti ci sono 2,5 architetti. In venti anni il loro numero è quasi raddoppiato ma il trend è destinato a invertirsi perché negli ultimi sei anni l’iscrizione ai corsi universitari di architettura è crollata (-45%). Il vero problema però non è la crisi delle vocazioni quanto i motivi che la causano e che possono essere sintetizzati con lo slogan dell’impoverimento dell’architetto medio, dove la retrocessione è sia materiale sia di contenuti professionali. A scattare questa fotografia (preoccupante) dello stato di quella che rimane una delle professioni più prestigiose è stato il Consiglio nazionale degli Architetti in collaborazione con il Cresme. Centoventi pagine che vivisezionano la crisi e che, c’è da scommettere, animeranno la discussione interna. Perché una svolta si impone.

   Cominciamo dal portafoglio. Negli anni che vanno dal 2006 al 2012 gli studi e i singoli professionisti hanno perso quasi il 30% dei loro introiti annui, tanto che nel 2012 la stima del reddito medio si aggira attorno a poco più di 20 mila euro. Sono stati anni in cui la dilatazione dei tempi di pagamento, l’aumento delle insolvenze e la sempre maggiore concorrenza hanno inciso pesantemente. E le prospettive per il 2013 non sono migliori. Il rilancio degli investimenti in opere pubbliche si fa attendere e infatti il 66% degli architetti intervistati si attende ulteriori cali della domanda di opere pubbliche. La riqualificazione degli edifici va un po’ meglio, soprattutto quella legata al risparmio energetico. Pessimismo, invece, per quanto riguarda l’urbanistica e la riqualificazione urbana, in calo secco negli ultimi due anni e in flessione prevista anche nel 2013. Il Piano Cittàdel governo Monti ha avuto il  merito di riaprire il dibattito ma tempi, risorse e modalità di attuazione appaiono piuttosto dubbi.

    Tutte queste contraddizioni si sono scaricate con maggior durezza sulle nuove generazioni di architetti. Così a dieci anni dal conseguimento del titolo di secondo livello il reddito mensile medio di un giovane risulta di 1.300 euro, inferiore alle medie di geologi, biologi, psicologi e ovviamente ingegneri. “A determinare le nostre difficoltà – commenta Leopoldo Freyrie, presidente del Consiglio degli Architetti – hanno pesato due fattori combinati tra loro, la grande crisi e la frammentazione delle nostre strutture. Il conto più salato lo pagano i giovani che vivono una condizione da nuovo proletariato”. Il 73% di loro inizia la carriera come partita Iva mono-committente o come dipendente con contratto a progetto e dopo la bellezza di 7 anni lavora ancora come collaboratore esterno di uno studio di terzi. Il 40% dei collaboratori o dipendenti di studio guadagna mille euro al mese.

    Se a valle, dunque, la condizione dei giovani è particolarmente sacrificata, a monte il problema sta nel calo drammatico (-45%) del mercato potenziale degli architetti nelle costruzioni, ovvero la quota degli investimenti che fa riferimento ai soli servizi di progettazione. Non c’è da stupirsi se di fronte a questa situazione il 40% degli architetti intervistati ha dichiarato di valutare seriamente la possibilità di lavorare all’estero. I mercati più promettenti sono quelli del Nord Europa e della Svizzera (il mercato potenziale per architetto nella confederazione elvetica è di 1,4 milioni di euro contro i 133 mila euro italiani). Le differenti normative nazionali e la difficoltà di comparare qualifiche e competenze acquisite in differenti Paesi, tuttavia, rendono difficoltoso il libero movimento dei professionisti e non è un caso che il 95% del volume di affari degli architetti europei (non solo italiani, quindi) sia localizzato nel Paese di residenza. Tra le profonde trasformazioni che investono la professione c’è n’è una che è positiva e riguarda il genere. Dei 150 mila architetti italiani il 40%, ovvero 61 mila, sono donne, una quota che è andata rapidamente aumentando negli ultimi anni e che è ancora destinata a crescere perché se il 35% del totale degli architetti iscritti agli albi provinciali ha meno di quarant’anni, tra le donne questa percentuale raggiunge il 50%.

    Ma di fronte a questa situazione che rischia di penalizzare l’architettura italiana per un lungo periodo di tempo che si può e si deve fare? “Francamente non mi aspetto nessun aiuto dall’alto, dalle istituzioni e della politica, e quindi dobbiamo essere noi ad avviare la risalita – dice Freyrie – Dobbiamo, ad esempio, superare l’incapacità di mettere in relazione i professionisti con l’industria”. Nel frattempo, infatti, è cambiato il modo di costruire. Non c’è più un primo tempo dove si progetta e un secondo dove si esegue, il lavoro è parallelo. Si costruisce in modo integrato e contano moltissimo i brevetti. La seconda risposta alla retrocessione si chiama aggregazione tra gli studi. “Solo così possono scendere i costi e aumentare le opportunità di lavoro. E lo strumento delle società tra professionisti, approvato di recente, può venire utile”.

Dario Di Vico

   

   

Prove di dialogo tra Confindustria e Befera (Ag.Entrate)

Roma, 18 aprile 2013 - Andrea Bolla, presidente del Comitato Tecnico Fisco di Confindustria, ha presentato oggi - nel corso della riunione del Comitato che si è tenuta nel pomeriggio in Confindustria alla presenza del direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera - un’iniziativa volta a migliorare il rapporto tra le imprese e l’amministrazione finanziaria, per affrontare insieme la complessità del fisco, potenziando il dialogo e la reciproca fiducia.

L’iniziativa, realizzata con il coinvolgimento dell’Agenzia delle Entrate, consiste in una serie di incontri fissati in diverse città d’Italia e coordinati dalle Federazioni regionali di Confindustria. Saranno lo stesso presidente Bolla e il direttore Befera a confrontarsi con i vertici delle Associazioni di Confindustria e degli uffici finanziari locali. Primo appuntamento: Bologna, a fine maggio, per discutere della situazione in Emilia Romagna.

“In questo momento – spiega il presidente Bolla - anche per le conseguenze della crisi che stiamo ancora vivendo, è essenziale correggere alcune distorsioni e creare un rapporto più sereno e leale con i contribuenti. Il fisco deve essere meno vessatorio e più collaborativo, riconoscere e incentivare i comportamenti corretti e trasparenti delle imprese. A tal fine, è senz’altro necessaria un’azione normativa: una legislazione più chiara e più certa, un prelievo meno pesante su lavoro e imprese, una giustizia tributaria efficiente e adempimenti snelli e semplici. In attesa di un interlocutore politico che possa realizzare queste riforme, però, chi può, ha il dovere di muoversi. Confindustria vuole farlo, assumendosi la responsabilità di agire per un nuovo modello di relazioni tra il fisco e i contribuenti, cominciando a impegnarsi in prima persona proprio laddove i problemi sorgono e si avvertono di più, sul territorio, la parte più importante e sensibile del nostro sistema industriale”.

“Siamo molto contenti dell’invito di oggi - spiega Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate - e abbiamo dato la nostra piena disponibilità, perché rappresenta un proficuo momento di confronto diretto con gli imprenditori. Siamo consapevoli che, nel tempo, si sono stratificati una serie di adempimenti che gravano sulle imprese. Proprio per questo stiamo lavorando, anche con Confindustria, per semplificarne alcuni eliminando in via amministrativa quelli per cui non è necessario un provvedimento legislativo. E contiamo di farlo entro fine maggio, proprio per dare - insieme all’accelerazione dei rimborsi fiscali - un segno tangibile della volontà dell’Agenzia delle Entrate di andare incontro il più possibile alle esigenze che provengono dal mondo produttivo. Non bisogna dimenticare che l’attività dell’Agenzia delle Entrate contro l’evasione fiscale, che costituisce sicuramente uno tra i principali fattori di ostacolo a una concorrenza leale, significa tutelare le imprese sane e la loro capacità innovativa a beneficio dello sviluppo economico complessivo del Paese”.

++ ITALCEMENTI: TAGLIA STABILIMENTI ITALIA, DA 17 A 8 ++

   (ANSA) - BERGAMO, 17 APR - Italcementi ridurrà a breve da 17
a 8 gli stabilimenti produttivi in Italia. Lo ha annunciato il
direttore generale del gruppo Giovanni Ferrario durante
l’assemblea degli azionisti in svolgimento a Bergamo.
   (ANSA).

     NI/LNZ
17-APR-13 12:35

FIAT: ACCORDO TRIENNALE MASERATI-ERMENEGILDO ZEGNA
PRIMO PASSO LA SERIE LIMITATA DELLA QUATTROPORTE PER I 100 ANNI
   (ANSA) - MILANO, 17 APR - Sergio Marchionne, ad del gruppo
Fiat, e Gildo Zegna, suo omologo del Gruppo Ermenegildo Zegna,
hanno sottoscritto un accordo triennale di collaborazione. Lo si
legge in una nota in cui viene indicato che l’intesa si
concretizzerà nel 2014 con un omaggio al centenario della Casa
del Tridente, con una serie limitata della ammiraglia
‘Quattroporte by Ermenegildo Zegnà, dotata di colori, materiali
e tessuti ispirati alle collezioni del noto marchio
dell’abbigliamento maschile del lusso.

Pizzaioli/ Mancano gli italiani, abbondano gli egiziani e la pizza cerca di “far sistema”

<CS9.6>La pizza deve fare «sistema». Può sembrare una battuta o addirittura un ossimoro e invece il tema è all’ordine del giorno. Nel punto più nero della Grande Crisi abbiamo scoperto che una delle attività tradizionali della cucina italiana, sempre snobbata perché considerata low cost, ora può venir buona per reggere l’urto della recessione. E addirittura per produrre qualche migliaio di nuovi posti di lavoro. Con questo spirito e quest’ottimismo ieri si è aperta a Parma la prima edizione del Pizza World Show, metà fiera metà evento, perché mette insieme gli stand delle aziende della filiera agroalimentare e organizza anche il campionato mondiale dei pizzaioli. Si può discutere se sia proprio Parma la capitale della pizza italiana ma la forza e l’organizzazione della food valley emiliana hanno avuto per ora il sopravvento. L’intenzione è, [CAP2]<CF8126>si parva licet</CF>[/CAP2], di far partire una politica industriale che rafforzi i nostri brand e vada alla conquista dei mercati che crescono più, come il Brasile. Già oggi, del resto, la città al mondo che vanta il maggior numero di pizzerie non è né Napoli né New York né Londra ma proprio San Paolo del Brasile.
<CS9.5>In termini di business il mercato della pizza vale in Italia un po’ più di 9 miliardi di euro suddivisi tra 25.000 locali con servizio al tavolo e altrettanti che si limitano alla vendita al taglio. I principali operatori del settore si chiamano Rossopomodoro (gruppo Sebeto) e Spizzico (gruppo Autogrill) ma se i nostri quarti di nobiltà pizzaiola sono storicamente confermati a farla da padroni nel mondo — almeno nelle quantità — sono due catene americane, Pizza Hut e Domino’s. Come è capitato in tanti altri settori (vedi mobili/Ikea) noi italiani abbiamo sottovalutato l’importanza della distribuzione, siamo invece fortissimi nella produzione degli ingredienti (olio, pomodoro, mozzarella, farina) e in quella industriale di forni, macchine impastatrici e banchi refrigerati. L’esposizione di Parma si rivolge proprio a queste piccole e medie imprese, invitandole a uscire allo scoperto, a darsi visibilità e a puntare orgogliosamente sui mercati esteri. Uno dei convegni in programma si chiama proprio: «Quo vadis, pizza? Il futuro della pizza che verrà». Vasto programma.
</CS>Il caso ha voluto che il Pizza World Show si aprisse a Parma nel giorno in cui in città si celebrano i cento anni dalla nascita di Pietro Barilla, l’imprenditore italiano il cui nome è associato alla pasta. E proprio all’abbinata pizza&pasta la casa editrice del Mulino aveva dedicato qualche anno fa un coltissimo volume della serie «L’identità italiana», scritto dall’antropologo Franco La Cecla. In realtà a mettere in discussione l’egemonia italiana sulla pizza non sono solo le grandi catene americane, c’è un’altra sfida che stavolta viene dal basso. Dal lavoro e dal Terzo Mondo. Nelle grandi città come Milano i pizzaioli sono ormai quasi tutti di nazionalità egiziana e si stanno sempre di più specializzando. La comunità egiziana meneghina è molto rivolta al business, in due settori-chiave: ristorazione ed edilizia. Secondo i dati in possesso della comunità si stima che su un universo di 70 mila egiziani residenti nel Milanese ci siano all’incirca 10 mila partite Iva e una buona fetta di queste siano pizzaioli, alle dipendenze di connazionali o di pizzerie italiane. Molti di loro apprendono il mestiere tramite l’affiancamento ma grazie ai corsi organizzati della Camera di commercio si stima che vengano regolarmente formati 100 nuovi pizzaioli egiziani l’anno.
Del resto, secondo i numeri forniti dal presidente della Fipe-Confcommercio, Enrico Stoppani, il mercato italiano sarebbe in grado di dar lavoro ad altri 6 mila pizzaioli ma fatica a trovarli già formati. E i giovani italiani snobbano questo lavoro perché lo considerano a basso valore aggiunto. A giudizio di Stoppani, però, il pizzaiolo ha il vantaggio di potersi trasformare facilmente in un imprenditore di se stesso e comunque il consumo di pizza è dato in aumento. L’8% dei consumatori la mangia al mattino al posto della brioche e dei biscotti e la pizza al taglio take away si è ormai imposta per la pausa pranzo di impiegati e studenti.
L’intraprendenza degli egiziani non si ferma alla manodopera, continuano a nascere pizzerie e ristoranti del Faraone. In alcuni ormai il menù delle pizze italiane da ordinare è vastissimo e comprende persino la famosissima focaccia di Recco, vanto dei fornai della riviera ligure. L’esplosione calcistica del giovane attaccante italo-egiziano Stephan El Shaarawi ha poi fatto sì che sia aumentato il numero dei clienti di fede milanista che va a mangiare regolarmente la pizza dagli egiziani. «È vero — ammette David Mandolin, responsabile della Scuola italiana pizzaioli — gli egiziani stanno soppiantando noi italiani, per far una buona pizza bisogna garantire un prodotto croccante e digeribile. Non tutti ci riescono, loro sì». Per tutti questi motivi ha destato curiosità l’annuncio dato qualche settimana fa da Rossopomodoro della prossima apertura di una pizzeria al Cairo, come se i napoletani volessero portare con un contropiede la sfida in casa dei nuovi concorrenti. Mandolin riconosce che la società campana si sta muovendo bene perché si è data un marchio molto riconoscibile e ha saputo innovare. Due cose che un made in Italy «democratico» e non-solo-lusso deve applicare alla perfezione. Se vuol farcela.
[TWITTER]@dariodivico

++ MILANESE:CHIESTO MAXI-RISARCIMENTO A TREMONTI PER CASA ++
EX COLLABORATORE VUOLE 174 MILA EURO
   (ANSA) - ROMA, 15 APR - Quell’appartamento di via di
Campomarzio affittato per ospitare Giulio Tremonti gli ha
procurato tanti problemi ed ora Marco Milanese, ex deputato Pdl,
chiede il conto all’ex ministro, del quale è stato consigliere
politico: 174 mila euro. In caso di mancata soddisfazione l’ex
deputato non esiterebbe a rivolgersi al tribunale civile.

     TB
15-APR-13 15:46