[CAP3X1GRI]C [/CAP3X1GRI]<CS9.1>ercare di vender mobili da ufficio quando gli uffici chiudono è un gran mal di testa. Eppure c’è gente tra gli industriali italiani che non molla la presa. I più bravi esportano. In Cina, in Thailandia e negli Emirati Arabi si continuano a costruire le cattedrali del business e i nostri Tecno, Fantoni, Unifor vendono il tradizionale modello dell’ufficio occidentale per di più contaminato dall’eleganza italiana. Cambiano i materiali, il design è accuratissimo, l’attenzione all’ergonomia e alla luce è massima. In Italia le cose invece vanno diversamente. Secondo una ricerca della Federlegno le grandi aziende che investono sullo spazio se ne avvantaggiano in termini di clima interno e di immagine ma i progetti di modifica degli uffici si contano sulle dita di una mano. L’attenzione ora è appuntata su Unicredit che avendo concentrato una buona parte delle strutture milanesi nella nuove torre di Porta Garibaldi darà vita anche a un modello di ufficio nell’epoca dell’austerità. I top manager scenderanno da 60 a 30-35 metri quadrati occupati, gli altri in media da 17 a 11. Aumenteranno le aree meeting e quelle con tavoli in comune.
Per ora è difficile che ci si metta, nelle aziende italiane, a copiare gli americani che sono arrivati a teorizzare che non esiste più la scrivania personale e considerano tutta l’organizzazione del layout molto flessibile. Del resto gli architetti sostengono che le metropoli italiane sono zeppe di cartelli e striscioni «affittasi uffici» non solo perché le attività economiche vanno al lumicino ma anche perché quegli spazi sono vecchi, troppo rigidi, incapaci di diventare modulari. Ci vorrebbero capitali per intervenire nel restyling degli interni ma con questi chiari di luna chi investe nell’immobiliare?
In un mercato interno assai difficile il rischio per i produttori italiani di mobili da ufficio è quello di inseguire la commessa ad ogni costo. Arredare una postazione di lavoro con un prodotto italiano medio costa all’incirca 300 euro, il top può andare dai 500 ai mille ma spesso la competizione sul mercato si fa attorno a 160 euro. La buona notizia però è che l’ufficio non è morto. Le grandi aziende e le grandi organizzazioni continuano a pensare che concentrare le persone produca migliore comunicazione, condivisione e quindi valore aggiunto. La recente svolta che ha visto il nuovo amministratore delegato di Yahoo, Marissa Mayer, dichiarare guerra al telelavoro e teorizzare che la velocità e la qualità sono sacrificate quando si lavora da casa è stato salutato con gioia da chi vende mobili. La grande saga del design può continuare a patto però che si sappia innovare e non è un caso che il Salone del Mobile abbia ingaggiato il francese Jean Nouvel per mostrare come si possa lavorare da casa e come si debba reinventare il capannone o il loft.
La fantasia di Nouvel fa da trait d’union tra l’ufficio delle grandi taglie e la casa-bottega del professionista, del consulente a partita Iva. Il loro modo di lavorare e di concepire quello che chiamiamo ufficio segue infatti tutt’altri percorsi di evoluzione. Si lavora per più ore, le distinzioni tra appartamento dove si vive e studio via via scemano, ci si ciba della Rete e il confronto creativo non passa più dai meeting in azienda ma dai social network. La progressiva destrutturazione delle grandi organizzazioni ci può indurre a pensare che questa modalità troverà grande spazio in futuro e che i nostri produttori proveranno a inventare nuove soluzioni. Qualcosa si vede già in fiera. Postazioni per lavorare in piedi per frazioni di ora, grande attenzione al cablaggio, tavoli che si abbassano e si alzano. Del resto in un mondo che si appresta a pagare persino il software a consumo il modello d’ufficio sarà destinato a cambiare ancora e gli architetti più attenti infatti studiano gli ambienti di Google per capire dove andremo.
Qualche suggestione sull’ufficio del futuro può venire dai talent garden che stanno sorgendo un po’ ovunque nelle città italiane per ospitare gli startupper e tutte le novità dell’economia digitale. Qui prevale la filosofia del coworking, il talento per crescere deve sedere accanto a un altro talento, quindi è bene che affitti la sua postazione di lavoro e recuperi uno spirito di comunità. Guai a descrivere un talent garden come un affitta-scrivanie, la filosofia è diversa. Sono spazi per lavorare assieme ma anche per ascoltare insieme l’esperto di stampanti 3D o il guru straniero che è in città, perché se i loro padri hanno un mercato tutt’al più regionale, gli startupper già da subito vogliono mettere un piede a Londra. Questa mutazione porta con sé anche riti nuovi, chi lavora nell’ufficio-casa gira attorno al frigorifero mentre nel mondo del coworking è l’aperitivo «digitale» l’appuntamento più atteso della giornata.</CS>
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Comunicato stampa del 9 aprile 2013
Associazione “il Mulino”: L’elezione del prossimo Presidente della Repubblica
Lunedì 8 aprile u.s. si è tenuto, presso la Biblioteca del Mulino, un seminario organizzato dall’Associazione di cultura e politica “il Mulino” dal titolo “Il presidente della Repubblica: un ruolo da ripensare?”, cui hanno preso parte alcuni dei maggiori esperti del tema, tra costituzionalisti e scienziati della politica.
Durante l’incontro, che si è svolto nel corso di tutta la giornata, sono stati toccati diversi aspetti legati al ruolo del Capo dello Stato lungo l’intera vicenda Repubblicana, con particolare riguardo per gli ultimi due settennati.
In vista dell’imminente elezione del prossimo Presidente, è emersa chiara la necessità che il Parlamento sappia individuare ancora una volta una personalità in grado di rappresentare l’”unità nazionale” e di riassumere in sé le competenze istituzionali, la riconoscibilità e il peso a livello europeo e internazionale, l’autorevolezza presso l’opinione pubblica, la saggia disponibilità a considerare e, laddove si presentassero le condizioni, ad affiancare un processo di rinnovamento nelle istituzioni.
In apertura di una Legislatura particolarmente delicata, la scelta del Capo dello Stato che accompagnerà i prossimi sette anni di storia repubblicana si presenta come un passaggio cruciale e delicatissimo, cui con grande responsabilità e disponibilità al confronto dovranno dare risposta tutte le forze politiche presenti in Parlamento.
I giornali locali sono arrivati a titolare “Vinitaly parte con il botto e batte la crisi” ed è difficile – anche volendo - dar torto alla loro interpretazione. Parcheggi esauriti, incolonnamenti e code ai caselli autostradali, invito ai pendolari veronesi di muoversi da casa mezz’ora prima del solito, treni da Milano con gente in piedi in prima e seconda classe, record di espositori e visitatori, folta presenza di buyer stranieri. La grande esposizione europea del vino che si sta tenendo in questi giorni a Verona non solo si riconferma ai suoi livelli record ma mostra come la vitalità degli imprenditori del settore sia tutt’altro che spenta anche nell’Anno Quinto della Grande Crisi. Piccoli e medi industriali sfidano la recessione in campo aperto, esportano il 50% del prodotto e pensano addirittura di conquistare i mercati emergenti. Magari sfondando nell’e-commerce cinese come stanno tentando concretamente di fare proprio in queste settimane.
Se dalla città dell’Arena torniamo a Milano possiamo serenamente replicare le stesse considerazioni. Quella che si apre oggi alla Fiera di Rho ha tutte le carte in regola per essere un’altra grande edizione del Salone del Mobile, evento leader nel panorama internazionale del design. Ci sarà tempo per
farne un bilancio ponderato ma i segnali della vigilia sono tutti tranquillizzanti: alberghi pieni, superficie espositiva tutta occupata, delegazioni di operatori brasiliani/cinesi/coreani in arrivo. I visitatori previsti sono 300 mila e a tutti loro il made in Italy offrirà prodotti nuovi e soluzioni tecnologiche originali.
Ma come è possibile, vi chiederete, che nell’Italia afflitta dal record storico di disoccupazione, dai 100 miliardi di pagamenti mai effettuati dallo Stato alle imprese, in un Paese dove la morìa di aziende è all’ordine del giorno, due fiere come quelle di Verona e di Milano incontrino questo straordinario successo? Allora gli imprenditori emiliani, veneti e lombardi che minacciano di marciare sul Palazzo sono degli esagitati e dei contestatori di professione? Le risposte sono almeno due. La prima è semplice, anche se non piacerà ai nuovi intellettuali di partito: il Paese reale non ha tirato i remi in barca, sta subendo pesantemente i colpi della crisi ma è capace anche di nuove forme di mobilitazione collettiva. La seconda (risposta) ci dice che siamo di fronte a un nuovo dualismo. Per anni abbiamo correttamente sottolineato le grandi differenze tra l’economia del Nord e quella del Sud e ora la Grande Crisi ci mette davanti un’altra divaricazione, tra le aziende che lavorano per il mercato interno e quelle che esportano o comunque pensano di poterlo fare. E già solo in virtù della prospettiva di vendere all’estero gli imprenditori, grandi e piccoli, trovano la motivazione per non arrendersi.
Vanno in fiera per far conoscere le loro idee e ascoltare quelle degli altri, incontrare gli operatori stranieri, combinare affari. Non lasciano nulla di intentato per cercare di “muovere la classifica”, come si dice nel gergo calcistico quando si spera di portare a casa almeno un punticino. Non bisogna poi sottovalutare come nell’assenza di uno Stato capace di fare diplomazia economica, nella latitanza di una politica che ha trovato nello streaming il suo nuovo giocattolo, le fiere stiano ricoprendo un ruolo di supplenza. Si dimostrano alla fine un modo di fare politica industriale dal basso. Chi le frequenta testimonia di una volontà di reagire, di non volersi rassegnarsi alla paura. A Verona come a Rho, tra i produttori di vino e i mobilieri che ibridano manifattura e design la nuova moda della “decrescita felice” non ha fatto proseliti.
Il successo delle nostre esportazioni, dunque, dimostra che gli spazi di mercato per il made in Italy nel nuovo mondo sono ancora larghi. Ci sarebbe tanto da fare e i clamorosi dati sulla contraffazione dei nostri marchi lo dimostrano a sufficienza. La cultura industriale italiana ha delle carte da giocare ma non possiede né l’apparato diplomatico tedesco che si mobilita per le proprie aziende né la grande distribuzione francese che ha saputo internazionalizzarsi con grande tempismo. E allora? In attesa che l’Istituto del commercio estero (Ice) resusciti come Lazzaro e si rimetta a camminare varrebbe la pena discutere la nostra presenza fieristica all’estero. Non basta portare i buyer stranieri a Verona e a Milano, bisogna anche portare i nostri Piccoli nelle nuove capitali della globalizzazione e aiutarli a insediarsi su quei mercati. Quando Vinitaly e il Salone del Mobile avranno chiuso i battenti la vera discussione da impostare è proprio questa: come il modello delle nostre fiere di successo può essere esportato chiavi in mano e con risultati analoghi a quelli che si conseguono in patria.
Dario Di Vico
twitter@dariodivico
I giornali locali sono arrivati a titolare “Vinitaly parte con il botto e batte la crisi” ed è difficile – anche volendo - dar torto alla loro interpretazione. Parcheggi esauriti, incolonnamenti e code ai caselli autostradali, invito ai pendolari veronesi di muoversi da casa mezz’ora prima del solito, treni da Milano con gente in piedi in prima e seconda classe, record di espositori e visitatori, folta presenza di buyer stranieri. La grande esposizione europea del vino che si sta tenendo in questi giorni a Verona non solo si riconferma ai suoi livelli record ma mostra come la vitalità degli imprenditori del settore sia tutt’altro che spenta anche nell’Anno Quinto della Grande Crisi. Piccoli e medi industriali sfidano la recessione in campo aperto, esportano il 50% del prodotto e pensano addirittura di conquistare i mercati emergenti. Magari sfondando nell’e-commerce cinese come stanno tentando concretamente di fare proprio in queste settimane.
Se dalla città dell’Arena torniamo a Milano possiamo serenamente replicare le stesse considerazioni. Quella che si apre oggi alla Fiera di Rho ha tutte le carte in regola per essere un’altra grande edizione del Salone del Mobile, evento leader nel panorama internazionale del design. Ci sarà tempo per
farne un bilancio ponderato ma i segnali della vigilia sono tutti tranquillizzanti: alberghi pieni, superficie espositiva tutta occupata, delegazioni di operatori brasiliani/cinesi/coreani in arrivo. I visitatori previsti sono 300 mila e a tutti loro il made in Italy offrirà prodotti nuovi e soluzioni tecnologiche originali.
Ma come è possibile, vi chiederete, che nell’Italia afflitta dal record storico di disoccupazione, dai 100 miliardi di pagamenti mai effettuati dallo Stato alle imprese, in un Paese dove la morìa di aziende è all’ordine del giorno, due fiere come quelle di Verona e di Milano incontrino questo straordinario successo? Allora gli imprenditori emiliani, veneti e lombardi che minacciano di marciare sul Palazzo sono degli esagitati e dei contestatori di professione? Le risposte sono almeno due. La prima è semplice, anche se non piacerà ai nuovi intellettuali di partito: il Paese reale non ha tirato i remi in barca, sta subendo pesantemente i colpi della crisi ma è capace anche di nuove forme di mobilitazione collettiva. La seconda (risposta) ci dice che siamo di fronte a un nuovo dualismo. Per anni abbiamo correttamente sottolineato le grandi differenze tra l’economia del Nord e quella del Sud e ora la Grande Crisi ci mette davanti un’altra divaricazione, tra le aziende che lavorano per il mercato interno e quelle che esportano o comunque pensano di poterlo fare. E già solo in virtù della prospettiva di vendere all’estero gli imprenditori, grandi e piccoli, trovano la motivazione per non arrendersi.
Vanno in fiera per far conoscere le loro idee e ascoltare quelle degli altri, incontrare gli operatori stranieri, combinare affari. Non lasciano nulla di intentato per cercare di “muovere la classifica”, come si dice nel gergo calcistico quando si spera di portare a casa almeno un punticino. Non bisogna poi sottovalutare come nell’assenza di uno Stato capace di fare diplomazia economica, nella latitanza di una politica che ha trovato nello streaming il suo nuovo giocattolo, le fiere stiano ricoprendo un ruolo di supplenza. Si dimostrano alla fine un modo di fare politica industriale dal basso. Chi le frequenta testimonia di una volontà di reagire, di non volersi rassegnarsi alla paura. A Verona come a Rho, tra i produttori di vino e i mobilieri che ibridano manifattura e design la nuova moda della “decrescita felice” non ha fatto proseliti.
Il successo delle nostre esportazioni, dunque, dimostra che gli spazi di mercato per il made in Italy nel nuovo mondo sono ancora larghi. Ci sarebbe tanto da fare e i clamorosi dati sulla contraffazione dei nostri marchi lo dimostrano a sufficienza. La cultura industriale italiana ha delle carte da giocare ma non possiede né l’apparato diplomatico tedesco che si mobilita per le proprie aziende né la grande distribuzione francese che ha saputo internazionalizzarsi con grande tempismo. E allora? In attesa che l’Istituto del commercio estero (Ice) resusciti come Lazzaro e si rimetta a camminare varrebbe la pena discutere la nostra presenza fieristica all’estero. Non basta portare i buyer stranieri a Verona e a Milano, bisogna anche portare i nostri Piccoli nelle nuove capitali della globalizzazione e aiutarli a insediarsi su quei mercati. Quando Vinitaly e il Salone del Mobile avranno chiuso i battenti la vera discussione da impostare è proprio questa: come il modello delle nostre fiere di successo può essere esportato chiavi in mano e con risultati analoghi a quelli che si conseguono in patria.
Dario Di Vico
twitter@dariodivico
I giornali locali sono arrivati a titolare “Vinitaly parte con il botto e batte la crisi” ed è difficile – anche volendo - dar torto alla loro interpretazione. Parcheggi esauriti, incolonnamenti e code ai caselli autostradali, invito ai pendolari veronesi di muoversi da casa mezz’ora prima del solito, treni da Milano con gente in piedi in prima e seconda classe, record di espositori e visitatori, folta presenza di buyer stranieri. La grande esposizione europea del vino che si sta tenendo in questi giorni a Verona non solo si riconferma ai suoi livelli record ma mostra come la vitalità degli imprenditori del settore sia tutt’altro che spenta anche nell’Anno Quinto della Grande Crisi. Piccoli e medi industriali sfidano la recessione in campo aperto, esportano il 50% del prodotto e pensano addirittura di conquistare i mercati emergenti. Magari sfondando nell’e-commerce cinese come stanno tentando concretamente di fare proprio in queste settimane.
Se dalla città dell’Arena torniamo a Milano possiamo serenamente replicare le stesse considerazioni. Quella che si apre oggi alla Fiera di Rho ha tutte le carte in regola per essere un’altra grande edizione del Salone del Mobile, evento leader nel panorama internazionale del design. Ci sarà tempo per
farne un bilancio ponderato ma i segnali della vigilia sono tutti tranquillizzanti: alberghi pieni, superficie espositiva tutta occupata, delegazioni di operatori brasiliani/cinesi/coreani in arrivo. I visitatori previsti sono 300 mila e a tutti loro il made in Italy offrirà prodotti nuovi e soluzioni tecnologiche originali.
Ma come è possibile, vi chiederete, che nell’Italia afflitta dal record storico di disoccupazione, dai 100 miliardi di pagamenti mai effettuati dallo Stato alle imprese, in un Paese dove la morìa di aziende è all’ordine del giorno, due fiere come quelle di Verona e di Milano incontrino questo straordinario successo? Allora gli imprenditori emiliani, veneti e lombardi che minacciano di marciare sul Palazzo sono degli esagitati e dei contestatori di professione? Le risposte sono almeno due. La prima è semplice, anche se non piacerà ai nuovi intellettuali di partito: il Paese reale non ha tirato i remi in barca, sta subendo pesantemente i colpi della crisi ma è capace anche di nuove forme di mobilitazione collettiva. La seconda (risposta) ci dice che siamo di fronte a un nuovo dualismo. Per anni abbiamo correttamente sottolineato le grandi differenze tra l’economia del Nord e quella del Sud e ora la Grande Crisi ci mette davanti un’altra divaricazione, tra le aziende che lavorano per il mercato interno e quelle che esportano o comunque pensano di poterlo fare. E già solo in virtù della prospettiva di vendere all’estero gli imprenditori, grandi e piccoli, trovano la motivazione per non arrendersi.
Vanno in fiera per far conoscere le loro idee e ascoltare quelle degli altri, incontrare gli operatori stranieri, combinare affari. Non lasciano nulla di intentato per cercare di “muovere la classifica”, come si dice nel gergo calcistico quando si spera di portare a casa almeno un punticino. Non bisogna poi sottovalutare come nell’assenza di uno Stato capace di fare diplomazia economica, nella latitanza di una politica che ha trovato nello streaming il suo nuovo giocattolo, le fiere stiano ricoprendo un ruolo di supplenza. Si dimostrano alla fine un modo di fare politica industriale dal basso. Chi le frequenta testimonia di una volontà di reagire, di non volersi rassegnarsi alla paura. A Verona come a Rho, tra i produttori di vino e i mobilieri che ibridano manifattura e design la nuova moda della “decrescita felice” non ha fatto proseliti.
Il successo delle nostre esportazioni, dunque, dimostra che gli spazi di mercato per il made in Italy nel nuovo mondo sono ancora larghi. Ci sarebbe tanto da fare e i clamorosi dati sulla contraffazione dei nostri marchi lo dimostrano a sufficienza. La cultura industriale italiana ha delle carte da giocare ma non possiede né l’apparato diplomatico tedesco che si mobilita per le proprie aziende né la grande distribuzione francese che ha saputo internazionalizzarsi con grande tempismo. E allora? In attesa che l’Istituto del commercio estero (Ice) resusciti come Lazzaro e si rimetta a camminare varrebbe la pena discutere la nostra presenza fieristica all’estero. Non basta portare i buyer stranieri a Verona e a Milano, bisogna anche portare i nostri Piccoli nelle nuove capitali della globalizzazione e aiutarli a insediarsi su quei mercati. Quando Vinitaly e il Salone del Mobile avranno chiuso i battenti la vera discussione da impostare è proprio questa: come il modello delle nostre fiere di successo può essere esportato chiavi in mano e con risultati analoghi a quelli che si conseguono in patria.
Dario Di Vico
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I giornali locali sono arrivati a titolare “Vinitaly parte con il botto e batte la crisi” ed è difficile – anche volendo - dar torto alla loro interpretazione. Parcheggi esauriti, incolonnamenti e code ai caselli autostradali, invito ai pendolari veronesi di muoversi da casa mezz’ora prima del solito, treni da Milano con gente in piedi in prima e seconda classe, record di espositori e visitatori, folta presenza di buyer stranieri. La grande esposizione europea del vino che si sta tenendo in questi giorni a Verona non solo si riconferma ai suoi livelli record ma mostra come la vitalità degli imprenditori del settore sia tutt’altro che spenta anche nell’Anno Quinto della Grande Crisi. Piccoli e medi industriali sfidano la recessione in campo aperto, esportano il 50% del prodotto e pensano addirittura di conquistare i mercati emergenti. Magari sfondando nell’e-commerce cinese come stanno tentando concretamente di fare proprio in queste settimane.
Se dalla città dell’Arena torniamo a Milano possiamo serenamente replicare le stesse considerazioni. Quella che si apre oggi alla Fiera di Rho ha tutte le carte in regola per essere un’altra grande edizione del Salone del Mobile, evento leader nel panorama internazionale del design. Ci sarà tempo per
farne un bilancio ponderato ma i segnali della vigilia sono tutti tranquillizzanti: alberghi pieni, superficie espositiva tutta occupata, delegazioni di operatori brasiliani/cinesi/coreani in arrivo. I visitatori previsti sono 300 mila e a tutti loro il made in Italy offrirà prodotti nuovi e soluzioni tecnologiche originali.
Ma come è possibile, vi chiederete, che nell’Italia afflitta dal record storico di disoccupazione, dai 100 miliardi di pagamenti mai effettuati dallo Stato alle imprese, in un Paese dove la morìa di aziende è all’ordine del giorno, due fiere come quelle di Verona e di Milano incontrino questo straordinario successo? Allora gli imprenditori emiliani, veneti e lombardi che minacciano di marciare sul Palazzo sono degli esagitati e dei contestatori di professione? Le risposte sono almeno due. La prima è semplice, anche se non piacerà ai nuovi intellettuali di partito: il Paese reale non ha tirato i remi in barca, sta subendo pesantemente i colpi della crisi ma è capace anche di nuove forme di mobilitazione collettiva. La seconda (risposta) ci dice che siamo di fronte a un nuovo dualismo. Per anni abbiamo correttamente sottolineato le grandi differenze tra l’economia del Nord e quella del Sud e ora la Grande Crisi ci mette davanti un’altra divaricazione, tra le aziende che lavorano per il mercato interno e quelle che esportano o comunque pensano di poterlo fare. E già solo in virtù della prospettiva di vendere all’estero gli imprenditori, grandi e piccoli, trovano la motivazione per non arrendersi.
Vanno in fiera per far conoscere le loro idee e ascoltare quelle degli altri, incontrare gli operatori stranieri, combinare affari. Non lasciano nulla di intentato per cercare di “muovere la classifica”, come si dice nel gergo calcistico quando si spera di portare a casa almeno un punticino. Non bisogna poi sottovalutare come nell’assenza di uno Stato capace di fare diplomazia economica, nella latitanza di una politica che ha trovato nello streaming il suo nuovo giocattolo, le fiere stiano ricoprendo un ruolo di supplenza. Si dimostrano alla fine un modo di fare politica industriale dal basso. Chi le frequenta testimonia di una volontà di reagire, di non volersi rassegnarsi alla paura. A Verona come a Rho, tra i produttori di vino e i mobilieri che ibridano manifattura e design la nuova moda della “decrescita felice” non ha fatto proseliti.
Il successo delle nostre esportazioni, dunque, dimostra che gli spazi di mercato per il made in Italy nel nuovo mondo sono ancora larghi. Ci sarebbe tanto da fare e i clamorosi dati sulla contraffazione dei nostri marchi lo dimostrano a sufficienza. La cultura industriale italiana ha delle carte da giocare ma non possiede né l’apparato diplomatico tedesco che si mobilita per le proprie aziende né la grande distribuzione francese che ha saputo internazionalizzarsi con grande tempismo. E allora? In attesa che l’Istituto del commercio estero (Ice) resusciti come Lazzaro e si rimetta a camminare varrebbe la pena discutere la nostra presenza fieristica all’estero. Non basta portare i buyer stranieri a Verona e a Milano, bisogna anche portare i nostri Piccoli nelle nuove capitali della globalizzazione e aiutarli a insediarsi su quei mercati. Quando Vinitaly e il Salone del Mobile avranno chiuso i battenti la vera discussione da impostare è proprio questa: come il modello delle nostre fiere di successo può essere esportato chiavi in mano e con risultati analoghi a quelli che si conseguono in patria.
Dario Di Vico
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Dopo l’interruzione di un anno la Lega è tornata sul sacro prato di Pontida e ad occupare la scena sono state le diatribe e i conflitti interni. Il passaggio di poteri da Umberto Bossi a Bobo Maroni non è stato ancora metabolizzato dalla base nonostante che la regia dell’evento sia rimasta fedele al clichè tradizionalista, proprio per evitare contraccolpi. Si sono così ascoltate molte cornamuse, abbiamo visto riproporre sul palco stanchi duelli in costume medievale, magliette e gadget erano gli stessi di sempre. Insomma di quella Lega 2.0 promessa dal nuovo leader si è visto quasi niente, nonostante che a colpo d’occhio l’età media dei partecipanti al raduno apparisse più bassa che in passato. Il guaio maggiore di questa Pontida è che le tirate di Bossi costringono i lumbard a guardare il proprio ombelico, a discutere prevalentemente di sé e delle poltrone che occupano, dei cerchi magici di ieri (Marco Reguzzoni) e dei nuovi potentati di oggi (Flavio Tosi). Rimane così sullo sfondo quella che dovrebbe essere la proposta-chiave, la macroregione del Nord. Sulla materia ieri non si sono fatti grandi assi in avanti, si è capito che i tre governatori leghisti lavoreranno di comune accordo, che si pensa addirittura di scavalcare Roma nei rapporti con Bruxelles e si sono ripetute un po’ di parole d’ordine della recentissima campagna elettorale. Poi si è capito che Roberto Cota si occuperà di infrastrutture e Luca Zaia di welfare ma anche in questo caso siamo ai preliminari e comunque l’attribuzione delle competenze non sembra particolarmente azzeccata. Al gruppo dirigente leghista non piace sentirselo dire ma è la loro analisi dei cambiamenti del Nord che fatica ad aggiornarsi. Non si può parlare di macroregione senza una ricognizione puntuale dello stato del manifatturiero, dei flussi di uomini e merci tra le varie aree e poi di aeroporti, fiere, autostrade, università e quant’altro attiene alla vita di tutti i giorni dei cittadini del Nord. Più quest’elaborazione ritarda più ci si affida agli slogan e alle scorciatoie. Ma è proprio quello il terreno più propizio per Bossi.
twitter@dariodivico
C’è sicuramente bisogno di un armistizio tra pubblica amministrazione e imprese. La clamorosa inadempienza che dura da anni e ha portato ad accumulare una cifra vicina ai 100 miliardi di euro di mancati pagamenti ha generato, simbolicamente, un vulnus di credibilità e in concreto chiusure di aziende, riduzione di occupazione e svariati casi di autentica disperazione umana. Nessuna democrazia può guardare con noncuranza al protrarsi di un simile conflitto, figuriamoci un Paese come il nostro affetto da instabilità politica, recessione acuta e abbondante produzione di retorica negativa. Di conseguenza il decreto che il governo Monti si appresta a varare per iniziare a pagare una tranche di quel debito (40 miliardi) va salutato con favore perché costruisce un piccolo “ponte” e perché recepisce in parte le osservazioni che le organizzazioni di rappresentanza delle imprese avevano avanzato alle bozze circolate nei giorni scorsi. In sede di consuntivo non va poi dimenticato come tante volte nei mesi scorsi lo sblocco dei rimborsi sia stato annunciato con formali conferenze stampa e in altrettante occasioni si sia rivelato solo un falso allarme. O peggio un test di comunicazione. Di conseguenza se fossimo nei ministri in carica eviteremmo ripicche e polemiche, conserveremmo nei confronti dell’opinione pubblica e soprattutto delle imprese creditrici un atteggiamento sereno come si conviene a dei buoni servitori dello Stato.
In una mail inviatami nei giorni scorsi da un alto burocrate è sintetizzato in poche parole il senso più profondo della vicenda di cui ci stiamo occupando. Scrive il dirigente: “La cosa più deprimente di tutta le vicenda dei crediti verso le imprese è che l’amministrazione pubblica non è stata in grado di gestire un processo che poteva tranquillamente funzionare. In Italia purtroppo l’amministrazione si basa ancora sulla volontà dei singoli e non su un’organizzazione che prescinde dalle persone”. E qui si innestano i dubbi che ieri Rete Imprese Italia ha avanzato nel merito del decreto. Sottolineo che a porli, a nome delle associazioni degli artigiani e dei commercianti, non è stato un improvvisato Masaniello dell’anno di grazia 2013 ma un dirigente moderato come il portavoce Carlo Sangalli. La preoccupazione delle imprese riguarda il complesso meccanismo messo in piedi dal ministero dell’Economia e il fondato rischio che in questa o quella fase dell’implementazione tutto si possa inceppare proprio perché la pubblica amministrazione italiana vive “sulla volontà dei singoli”. A quel punto cosa accadrebbe? Che cosa finirebbe per prevalere, l’inerzia dell’amministrazione o il diritto dei creditori? Si accettano scommesse.
Allora se si vuole evitare di allargare il fossato tra lo Stato e i Piccoli, se si vuole trasformare la vicenda dei rimborsi in antropologia positiva occorre che alle imprese venga riconosciuto qualcosa che assomigli a una clausola di salvaguardia che scatterebbe in caso di ingiustificato stop all’iter di pagamento. Lo strumento tecnico da usare esiste ed è quella compensazione crediti/debiti che nel decreto comincia a far capolino ma che potrebbe venire allargata per correggere l’asimmetria dei poteri in campo. In questa che appare una contesa tra pubblico e privato non va dimenticato che degli effetti dell’entrata in circolazione nell’economia reale dei 40 miliardi non si avvantaggerebbero solo gli imprenditori creditori ma un arco di soggetti assai più ampio ed oggi pericolosamente incastrato in una condizione di disagio e sofferenza sociale.
Dario Di Vico
PAGAMENTI PA: ANCE, BENE NUOVO DECRETO, ASCOLTATE LE IMPRESE
Ora modificare il patto di stabilità interno per non penalizzare investimenti e far ripartire economia
“Finalmente dopo anni di denunce oggi è stato compiuto un passo importante per ristabilire la correttezza nei rapporti tra lo Stato e le imprese. L’allentamento del patto per 7,7 miliardi di euro rappresenta un segnale positivo per l’edilizia che ancora oggi sta pagando un prezzo elevatissimo a causa dei mancati pagamenti”. Questo il commento del presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti all’approvazione del decreto sullo sblocco dei pagamenti PA.
Il risultato che è stato raggiunto oggi è frutto di un’importante svolta da parte delle istituzioni nazionali ed europee che le imprese chiedevano da tempo. “Sono mesi che insieme all’Anci ci battiamo perché le imprese siano pagate in tempi brevi e con meccanismi certi e oggi finalmente possiamo dire che e’ stato fatto un passo concreto in tal senso”. E giusta e’ stata anche la pausa di riflessione che ha portato “il Governo a modificare il decreto nella direzione che noi avevamo indicato eliminando l’ingiusta norma che vietava ai comuni che usufruivano dell’allentamento del patto di fare investimenti per i successivi 5 anni”.
“Ora però bisogna proseguire il cammino intrapreso”’ insiste Buzzetti ” e modificare il patto di stabilità, eliminando la stortura ingiustificabile che impedisce alle pubbliche amministrazioni di pagare i lavori realizzati, pur disponendo delle necessarie risorse di cassa.
“Si apre adesso la sfida di efficienza delle PA - conclude il presidente dei costruttori -per rispettare i tempi stretti previsti dal decreto necessari per salvare dalla chiusura migliaia di imprese e dalla disoccupazione centinaia di migliaia di lavoratori del settore”.
RETE IMPRESE ITALIA SU DEBITI P.A.:
IL GOVERNO NON HA ANCORA COMPRESO
“Il provvedimento del Governo dimostra che non si è ancora compreso che il sistema delle imprese del terziario di mercato, dell’artigianato e dell’impresa diffusa è al collasso, considerato che dopo ripetute, pressanti e precise indicazioni, si ignorano i due elementi fondamentali per rispondere alle emergenze delle imprese: immediato sblocco e disponibilità delle risorse e modalità semplificate di accesso”. Così il presidente di Rete Imprese Italia, Carlo Sangalli, dopo il via libera del CdM sui debiti della P.A.
Il provvedimento, infatti, non produrrà alcuno degli effetti auspicati e se non ci saranno interventi del Parlamento ci troveremo a dover affrontare gli stessi problemi da qui a pochi mesi. E’ grave che il Governo oltre a sottovalutare la sofferenza delle imprese, stremate dal credit crunch, consumi in caduta libera e pressione fiscale da record mondiale, ha disatteso sia la risoluzione del Parlamento che le istanze che il sistema delle imprese ha più volte sollecitato. Infatti il meccanismo che viene riproposto, a conti fatti, rende quasi impossibile alle imprese il recupero dei crediti.
Si fa dunque appello al Parlamento affinché il provvedimento definitivo possa rispondere effettivamente alle esigenze delle Pmi.
LA POLITICA INDUSTRIALE…CHE NON C’E’
L’investimento mancato della LUFTHANSA TECHNIK
Pochi giorni fa l’incontro presso la sede di Confindustria Brindisi con l’advisor dell’Amministratore delegato di “Malta Enterprise” (l’organismo governativo maltese che assomma in sé le funzioni della nostra “Sviluppo Italia” ed ICE) mi ha indotto a ricordare l’episodio di alcuni anni prima, quando a Brindisi è venuta per alcuni giorni una delegazione della LUFTHANSA TECHNIK, Società del Gruppo omonimo, che ha come mission la manutenzione di velivoli.
Scopo della delegazione, guidata dall’Amministratore delegato della Società, era di verificare la possibilità di localizzare nella zona aeroportuale di Brindisi un Centro di Manutenzione di velivoli.
Confindustria Brindisi diede subito la massima collaborazione alla delegazione tedesca, fornendo tutte le informazioni sull’economia territoriale, con particolare riferimento all’esistenza a Brindisi di un indotto di piccole e medie imprese aeronautiche molto qualificate ed accompagnando gli ospiti in tutti gli opportuni rilievi di carattere logistico (sopralluoghi in aeroporto, verifica esistenza superfice adeguata di terreni in zone limitrofe alle piste, ecc).
Finita l’accurata fase di acquisizione dei dati, si tenne un incontro finale con il team della Lufthansa Technik, che disse senza tante perifrasi che l’investimento non poteva essere effettuato a Brindisi per un solo punto di debolezza insuperabile, cioè l’eccessivo costo del lavoro. Perciò, la decisione preannunciata in quel momento (e poi realizzata poco tempo dopo) fu di localizzare l’investimento a Malta.
Ho approfittato, quindi, della circostanza del recente incontro con l’esponente di Malta Enterprise per chiedergli alcune informazioni sui risultati dell’investimento di Lufthansa Technik. Ed ecco la risposta: il Centro di manutenzioni di velivoli a Malta occupa circa 800 addetti diretti, che con tutto l’indotto toccano i 2000 dipendenti!
Ho voluto raccontare questo episodio, perché riferibile ad un tema di fondo, che a mio avviso è relativamente indipendente dalla crisi economica: l’assenza di politica industriale nel nostro Paese.
In altri termini, spesso si commette l’errore di discutere animatamente sugli effetti, approfondendo in modo insufficiente o, peggio ancora, sorvolando sulle cause. Non a caso, quindi, il recente drammatico dato del Centro Studi Confindustria, persi negli ultimi due mesi oltre 180.000 posti di lavoro (in pratica come se si chiudessero in un colpo solo FIAT e Finmeccanica…) viene accettato con fatalismo e rassegnazione.
Purtroppo, si parla solo fra gli addetti ai lavori di progressiva perdita di competitività del sistema-Italia, dell’eccesivo costo del lavoro con una tassazione media delle retribuzioni che nei Paesi Ocse è del 35,3%, mentre in Italia ormai si avvicina al 50%, del costo dell’energia più alto da noi mediamente del 30% rispetto ai Paesi competitors, dei tempi degli iter autorizzativi assolutamente fuori controllo e tali da disincentivare a dismisura la voglia di investire… .
Ho citato solo alcuni punti critici e nodi che di fatto stanno strangolando la nostra industria manifatturiera, portandola verso inesorabile decimazione e declino. Per fortuna questa battaglia non è del tutto persa. Abbiamo ancora spazi e capacità di recupero, ma occorrerebbe intervenire con la massima tempestività!
Diversamente, prepariamoci a commentare con il consueto atteggiamento fatalistico altri catastrofici dati sui posti di lavoro persi e sul numero di aziende chiuse e/o delocalizzate. Il riferimento alla preannunciata chiusura dello stabilimento di Bari della Bridgestone Europe è puramente casuale… .
Angelo Guarini
Direttore Confindustria Brindisi
PIAGGIO CHIEDE DI RENDERE PARTE DEL PREMIO 2012, È SCIOPERO
OPERAI BLOCCANO STAZIONE FS PER DIECI MINUTI. PROPOSTA RATE
(ANSA) - PONTEDERA (PISA), 4 APR - Sciopero, nel pomeriggio,
alla Piaggio di Pontedera (Pisa). La protesta è scattata per
iniziativa della rsu della Fiom contro la richiesta che
l’azienda ha fatto agli operai di restituire parte del
conguaglio del premio di produzione relativo al 2012.
Secondo fonti della rsu il 90% degli operai ha partecipato
allo sciopero che è durato un’ora e mezzo e che ha fermato la
circolazione ferroviaria nella vicina stazione di Pontedera per
circa dieci minuti.
In base all’accordo del 2009, che Fiom-Cgil firmò solo dopo
l’approvazione da parte dei lavoratori tramite il referendum,
gli operai della Piaggio ricevono 100 euro al mese in busta paga
come acconto sul premio di produzione, che è legato a parametri
quali produttività, redditività e soddisfazione del cliente.
Come spiegato dai sindacati e dalla stessa Piaggio, in base a
questi criteri, gli operai del reparto ‘2 Ruotè dovrebbero
restituire 725 euro rispetto ai 1200 euro già ricevuti nel
2012, mentre i lavoratori del reparto motori dovrebbero rendere
177 euro e quelli della ‘3 Ruotè 475 euro. Per adesso le parti
sono ferme alla richiesta dell’azienda di restituzione del
denaro, magari per mezzo di una rateizzazione, come riferito
dagli stessi sindacati. (ANSA).
YUZ-GUN
04-APR-13 19:34
Dal palco milanese di Made in Steel, la più importante rassegna italiana della siderurgia, il professor Antonio Gozzi presidente di Federacciai lo dice a chiare lettere: “Nei prossimi anni ce lo sognamo di continuare a produrre come oggi 26 tonnellate di acciaio, la domanda non regge assolutamente questi carichi. E non basta, come stiamo facendo, ristrutturare e introdurre efficienza nelle singole aziende. Per avere costi sostenibili e sopportare la riduzione dei volumi dobbiamo lavorare per razionalizzare il settore e trovare combinazioni societarie. So bene che sto parlando di aziende con un lunga tradizione di imprenditoria familiare, concorrenti tra loro e che operano spesso sugli stessi territori ma non c’è alternativa. Diciamocelo”. La siderurgia italiana, come il resto dell’industria, sta vivendo una stagione particolarmente difficile e non solo per le questioni ambientali esplose a Taranto con il caso Ilva.
I prezzi dei prodotti finiti calano e aumenta invece il costo delle materie prime. L’edilizia che assorbe il 50% delle vendite italiane di acciaio è in stato comatoso e complessivamente oggi la siderurgia sfrutta in media il 60% della sua capacità produttiva installata. “Il che per un’industria che vive sui volumi è un autentico dramma” sottolinea Gozzi. Al Quinto Anno della Grande Crisi dal punto di vista del mercato siamo ai livelli del 2009 ma nel frattempo quelle che erano aziende ben patrimonializzate non lo sono più, hanno dovuto far fronte alle necessità di aver liquidità e spesso si trovano con lo “stress clienti”. Tradotto prosaicamente: con chi ordina e poi non paga. Tra i siderurgici italiani i tedeschi in questo momento non sono amatissimi, alla signora Merkel vengono imputate le scelte recessive che stanno piegando l’Europa e per i colleghi industriali l’accusa è di non esser capaci di farsi sentire dal loro governo nonostante crisi aziendali come quella della Thyssen. E’ vero che di fronte a questi shock di mercato e di competizione asimmetrica ci sono singole imprese che reagiscono innovando (e Gozzi dal palco ne ha citate soprattutto due: la cremonese Arvedi e la bresciana O.R.I. Martin) ma è ora di riorganizzare l’offerta, altrimenti i gruppi familiari si schianteranno uno alla volta. Oppure, dicono nei saloni di Made in Steel, diventeranno preda di acquirenti asiatici visto che gli europei hanno le mani legate dall’antitrust di Bruxelles e non possono crescere come vorrebbero.
Nella strategia di collaborazione tra vicini di casa non si parte fortunatamente dal prato verde. “Il gioco cooperativo” come lo chiamano in gergo è già cominciato. E’ nato tra gli operatori italiani un consorzio per l’acquisto del rottame all’estero e si sono anche costruiti consorzi di imprenditori siderurgici per l’acquisto di elettricità in connessione con l’estero. Episodi importanti che farebbero propendere per un cambio di mentalità in corso. “I giovani capiscono di più dei loro padri che è scoccata l’ora di cambiar marcia” dicono i bene informati, ma concordano che il passo più importante (e decisivo) è ancora tutto da fare. Già pronunciare la parola “fusione” rappresenta un piccolo strappo, mettere assieme le aziende si rivelerà un’operazione dai contorni quasi antropologici, l’imprenditore-tipo dovrà capire che in un business come quello dell’acciaio, dove le dinamiche della globalizzazione sono state anticipate, le dimensioni consigliano di sbagliare meno che altrove. In gioco ci sono non solo le ambizioni di qualche capitano d’industria ma migliaia di posti di lavoro. “Fare presto” in concreto vuol dire al massimo due o tre anni. La cosa incoraggiante è che chiedendo pareri in giro il ritorno è positivo. Giuseppe Pasini, bresciano, è l’ex presidente di Federacciai. “Mi chiede se sono d’accordo con Gozzi? Di più. I consumi non torneranno più quelli di primae la concentrazione del settore è necessaria”. “Necessaria? Direi obbligata” aggiunge e corregge un altro imprenditore bresciano, Ruggero Brunori. E Sulla stessa lunghezza d’onda c’è anche Roberto De Miranda della citata O.R.I. Martin.
Proviamo allora ad uscire dal generico e dare nomi e cognomi alle aziende che dovrebbero in un futuro abbastanza prossimo fondersi. Posto che nel segmento degli acciai piani la riorganizzazione c’è già stata attorno a due player importanti come Arvedi e il gruppo Riva, è negli altri comparti che il lavoro è più indietro. Nei lunghi gli operatori di successo si chiamano Stabiumi e Lonati, Pittini, Leali, Pasini e Brunori. Tutte aziende di una certa caratura e spesso con impianti anche all’estero. Nei lunghi speciali ci sono i veneti Banzato e Beltrame, Stefana, Duferco e negli inox Marzorati e Amenduni. Si badi, sono tutte aziende che in altri settori verrebbero catalogate tra le grandi e invece sono considerati “pesi leggeri” in un mondo come quello della siderurgia dove s’avanzano ormai colossi come la cinese Hebei che produce 100 milioni di tonnellate d’acciaio l’anno.
Dario Di Vico