Ottenuto il bonus statale per l’acquisto di mobili collegati a ristrutturazioni edilizie gli industriali del legno e dell’arredo hanno intenzione di lanciare un progetto di comunicazione per indirizzare i consumatori “nei negozi di arredamento”. Il timore infatti è che alla fine gli incentivi premino solo Ikea in virtù della sua rete distributiva e di un certo appeal. Ma non si può far conto solo sugli incentivi e così il Forum degli imprenditori di Federlegno-arredo ha messo a punto una serie di proposte di politica industriale. Si avanza, ad esempio, l’ipotesi che la Simest possa finanziare in compartecipazione misura l’apertura di show room italiani nelle grandi città stranieri, contenitori nei quali convivano assieme i big del design e le piccole e medie imprese. Si tratterebbe di replicare nei mobili il successo del modello Eataly-Farinetti dell’alimentare. In sostanza si è capito che non basta produrre buoni mobili ma bisogna occuparsi della distribuzione e delle relazioni con i grandi studi internazionali di architettura e progettazione. Rapporti decisivi se si vogliono vincere le gare in contract per arredare, ad esempio, gli hotel cinesi. Perché è vero che il made in Italy tira nel mondo, ad oggi su 70 mila aziende del settore solo il 18% esporta stabilmente.
Dario Di Vico
La fotografia dello stato di difficoltà del commercio italiano è fin troppo facile da scattare. I neri prevalgono nettamente sui bianchi e le cause sono altrettanto facilmente rintracciabili nel crollo dei consumi interni e nel pericolo di un ulteriore aumento dell’Iva. Ma siccome non ci si può piangere addosso in eterno vale la pena tentare di costruire un ragionamento che guardi in avanti, che lavori nella prospettiva del superamento dell’anno zero del commercio. Da dove partire? Sicuramente da un elemento di discontinuità culturale, quello che deve cambiare tra gli operatori del settore è infatti l’approccio con il mercato. La vecchia relazione che si aveva con il business era semplificata, quasi automatica, standardizzata. Le variabili erano la posizione, i prezzi praticati, la cortesia, l’assenza di concorrenza nei paraggi, la capacità di mettere su una bella vetrina. Ma quel mercato molto regolare, fidelizzato, prevedibile, purtroppo non esiste più. Agli storici dell’economia il compito di dirci se tutte le colpe ricadono sulla Grande Crisi oppure saremmo arrivati comunque allo stesso punto di oggi, magari con tempi più ritardati. L’unica cosa che non è permessa (e consigliata) è però chiudere gli occhi di fronte alla realtà.
Il mondo del commercio è dunque cambiato velocemente. Noi italiani purtroppo non abbiamo una sufficiente cultura di quello che nel mondo degli affari si chiama rétail (dettaglio) e così via via ci siamo fatti impartire lezioni dai francesi, dagli americani e persino dagli svedesi e dagli spagnoli. Ci manca la cultura del consumatore, l’attenzione spasmodica ai mutamenti della domanda, degli stili di vita, dell’attenzione al servizio. Ci siamo stupiti quando nei supermercati si è cominciata a vendere l’insalata nei sacchetti, inizialmente non capivamo che il focus si era spostato dalla verdura al servizio. Oggi ne siamo in qualche maniera diventati schiavi. Eppure anche lessicalmente la parola “dettaglio” ci indurrebbe alla cura dei particolari, a voler offrire un servizio perfetto. Purtroppo molto spesso non è così e il commercio appare culturalmente statico. Pensa che il solo valore aggiunto risieda nella prossimità del negozio all’abitazione o all’ufficio del consumatore. La vicinanza resta sicuramente un punto a favore ma deve essere coniugato con altri fattori. Ad esempio, la logica della concentrazione dei punti di vendita della stessa merceologica nello stesso quartiere o nella stessa strada può essere un elemento di qualificazione, uno stimolo continuo a superarsi e a specializzarsi. Eppure sono pochi i casi di questo tipo in Italia. E ancora: la flessibilità degli orari può essere giocata come elemento di marketing specie nelle aree metropolitane sfruttando la pausa pranzo oppure la sera nei circondari con ristoranti, cinema e teatri.
Un mercato nervoso e imprevedibile richiede anche una propensione alla rotazione delle merci offerte e dello stesso format distributivo, almeno dentro un perimetro relativamente omogeneo. Niente è per sempre e comunque. Una pagina tutta da scrivere è poi quella che riguarda l’e-commerce che in alcuni settori sta diventando il canale prevalente, si pensi ad esempio alla vendita dei pacchetti vacanze. E’ chiaro che più si sottolineano gli aspetti di discontinuità più viene spontaneo sostenere le ragioni di un ricambio. La generazione dei nativi digitali sta cominciando a rivisitare l’artigianato con l’esperienza dei makers perché non può accadere qualcosa di simile nel commercio? Spulciando tra i dati sull’apertura di partite Iva il settore fa ancora la parte del leone e, spesso per mancanza di alternative, attrae le/i trentenni. Smetteremo un giorno di considerarla una disgrazia e invece proveremo a viverla come un’occasione? Molto di quanto detto finora dipende dalle associazioni di rappresentanza che sono chiamate anche loro alla discontinuità. Non si vive di sola lobby romana, occorre stare sul territorio e aiutare “l’evoluzione della specie commerciale” formando i quadri e offrendo servizi più avanzati. Tutto sommato basta volerlo.
Dario Di Vico
PARMALAT: TRIBUNALE, SALA E GUERIN FECERO SALIRE PREZZO LAG
VALUTAZIONE INIZIALE MEDIOBANCA COMPRESA TRA 726 E 838 MLN DLR
(ANSA) - MILANO, 11 GIU - L’amministratore delegato di
Parmalat, Yvon Guerin, e il consigliere Antonio Sala, entrambi
espressione di Lactalis si ingerirono nella valutazione di Lag
da parte di Mediobanca, advisor dei consiglieri indipendenti di
Collecchio e del cda, facendola aumentare rispetto a quanto
«inizialmente calcolato» da Piazzetta Cuccia. È quanto emerge
dall’ordinanza del Tribunale di Parma che ha chiesto la
rimozione di Sala, su cui dovrà esprimersi l’assemblea di
Parmalat venerdì prossimo, e che è stato possibile visionare.
Il 23 aprile 2012 Mediobanca valutava Lag tra i 726 e gli 838
milioni di dollari sulla base di un multiplo dell’ebitda
compreso tra 7,63 e 8,81. La società verrà acquistata da
Parmalat un mese dopo per 904 milioni di dollari, con un
multiplo di 9,5 volte l’ebitda, «al di sopra di quelli
utilizzati» da Mediobanca nei suoi ‘case basè e «in posizione
intermedia rispetto a quelli impiegati nel ‘vendor casè (cioè
di Lactalis, ndr)».
Il Tribunale ha rilevato l’ «anomalo intervento di esponenti
del gruppo francese» verso Mediobanca «nelle trattative volte
alla determinazione del corrispettivo di acquisto affinchè
venisse aumentato e, dunque, in senso opposto all’interesse
della società di Collecchio». La pubblicazione della ordinanza
è stata chiesta a Parmalat dalla Consob ma per ora la società
non ha provveduto a renderla nota. (ANSA).
ALG
11-GIU-13 16:34
Alcune note di commento “a caldo” all’accordo interconfederale stipulato da Confindustria con Cgil, Cisl e Uil il 31 maggio 2013
1. Il nuovo accordo interconfederale completa l’opera avviata con l’accordo del 28 giugno 2011, che aveva definito i criteri di rappresentatività per la contrattazione aziendale e aveva introdotto e regolato la derogabilità del contratto nazionale ad opera di quello decentrato. Ora vengono definiti - in modo per molti aspetti analogo – i criteri applicabili per la selezione dell’ “agente contrattuale” di livello nazionale. È un fatto in sé molto positivo, perché conferma la volontà di un recupero di vitalità da parte del sistema italiano delle relazioni industriali. Inoltre perché conferma la capacità del sistema stesso di darsi una cornice di regole entro cui il pluralismo sindacale possa esprimersi senza generare paralisi.
2. La nuova “cornice” consiste in questo: l’accordo impegna tutte le associazioni firmatarie a riconoscere come valido e applicabile erga omnes, in ciascun settore, il contratto nazionale stipulato da una coalizione sindacale il cui indice di rappresentatività sia superiore al 50 per cento. L’indice è costruito sulla media tra la percentuale degli iscritti rispetto al totale degli iscritti e la percentuale dei voti rispetto al totale dei voti validi espressi nelle elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie degli ultimi tre anni nello stesso settore (al negoziato sono ammesse le associazioni sindacali il cui indice non sia inferiore al 5 per cento). Si osservi, però, che il nuovo accordo non vieta la stipulazione di contratti collettivi nazionali da parte di una coalizione sindacale che non raggiunga la soglia richiesta di rappresentatività: i cosiddetti “contratti separati”; si limita a imporre l’accettazione da parte di tutti i sindacati firmatari del contratto stipulato da una coalizione che abbia il 50 per cento più uno di rappresentatività.
3. Il modo in cui è costruito l’indice di rappresentatività rende problematica la recezione in norma legislativa del nuovo sistema delineato da questo accordo interconfederale: l’ordinamento statuale non può, infatti, attribuire peso uguale a tessere sindacali suscettibili di essere distribuite dalle diverse associazioni a prezzi molto diversi, nonché in forme molto diverse e non ugualmente controllabili. Si pensi, per esempio, al caso di un sindacato che opti per l’iscrizione in rete invece che mediante “delega” del lavoratore al datore per la trattenuta sulla busta-paga: il legislatore statuale non potrebbe evidentemente escludere questa forma di reclutamento, la quale però è esclusa dall’accordo interconfederale (questo infatti fa riferimento esclusivo alle “deleghe” censite dall’Inps). Né il legislatore statuale potrebbe imporre una quota minima di iscrizione; ma non può evidentemente essere attribuito lo stesso peso a una tessera sindacale che costa al lavoratore l’1 per cento della sua retribuzione, quindi anche 150 o 200 euro annui, e a una tessera distribuita per 10 euro o anche meno.
4. Un altro problema nasce dal fatto che il criterio di rappresentanza indicato dal nuovo accordo interconfederale è riferito ai soli sindacati dei lavoratori, non alle associazioni imprenditoriali. L’accordo, dunque, non risolve la questione delle imprese che, non aderendo all’associazione imprenditoriale (affiliata a Confindustria) firmataria del contratto collettivo, intendano sottrarsi al suo campo di applicazione: si pensi al caso delle imprese del Gruppo Fiat, che dal 2012 sono uscite. Queste imprese, ovviamente, dovranno considerarsi “fuori legge” rispetto al cosiddetto “ordinamento intersindacale” fondato sull’accordo interconfederale, ma non potranno solo per questo considerarsi “fuori legge” rispetto all’ordinamento statuale.
5. Alcuni sindacati autonomi (tra i quali il FISMIC) hanno protestato contro questo accordo interconfederale, considerandolo come un tentativo di metterli fuori-gioco con l’attivazione della soglia minima del 5 per cento per la partecipazione ai negoziati nazionali. In proposito va detto, però, che l’adesione al sistema delineato dall’accordo interconfederale del giugno 2011 consente a questi sindacati di competere con (o affiancarsi a) quelli aderenti alle confederazioni maggiori sul piano della contrattazione aziendale, alla quale viene riconosciuta una amplissima competenza, anche in deroga al contratto collettivo nazionale di settore.
6. Altri (tra questi la Confederazione Italiana di Unione delle Professioni Intellettuali-CIU) hanno denunciato invece il rischio che il nuovo accordo interconfederale abbia l’effetto di precludere drasticamente, nella contrattazione collettiva di livello nazionale, l’affermarsi del sindacalismo di categoria o “di mestiere”: in particolare quello dei “quadri”. Qui va detto, tuttavia, che nel momento in cui un sindacato di mestiere riuscisse ad avere la forza necessaria per imporre alla controparte la negoziazione di un contratto nazionale questo automaticamente farebbe nascere una nuova categoria contrattuale, prima inesistente: una sorta di piccola rivoluzione nel sistema delle relazioni industriali che è sempre stata di difficile attuazione ma non impossibile – come dimostra il caso dei piloti d’aereo – e tale resterù anche nel vigore del nuovo contratto interconfederale.
7. Vedremo nei fattise e come questa nuova cornice di regole per la contrattazione nazionale di settore funzionerà. Una cosa, però. occorre evitare: che questo nuovo accordo interconfederale sulla contrattazione collettiva nazionale venga utilizzato in chiave antagonistica rispetto all’accordo interconfederale del giugno 2011, per una sorta di revanche della contrattazione collettiva nazionale di settore contro la contrattazione aziendale. Certamente non è stato questo l’intendimento della Cisl e della Uil nel firmare il nuovo accordo. Né questo deve frenare o tantomeno bloccare il dibattito sull’introduzione nel nostro ordinamento di un salario orario minimo: uno strumento, questo, del quale - a mio avviso – è sempre più evidente la necessità proprio in funzione di una maggiore apertura degli spazi di derogabilità del contratto nazionale da parte di quello aziendale, proprio in materia di livelli retributivi.
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Nel discorso che il ministro per l’immigrazione Cécile Kyenge ha tenuto ieri al convegno dei Giovani Imprenditori di S.Margherita Ligure sono contenute diverse novità di cui sarebbe bene tener conto. Accanto ad accenti più consolidati e attesi, sia di replica alla campagna leghista sia in materia di disuguaglianze e battaglie per il riconoscimento dei diritti, Kyenge ha parlato di un nuovo paradigma di riflessione a cui è chiamata l’intera società italiana riconoscendo la “quadruplice identità” dei migranti. Essi sono, ha scandito davanti a una platea particolarmente avvertita, “lavoratori, contribuenti, consumatori e imprenditori”. Sono quindi a tutti gli effetti una parte significativa dell’economia reale e vanno dunque associati agli sforzi che cerchiamo di implementare per venir fuori dalla crisi. E’ inutile sfornare continuamente dati sull’aumento del numero di imprese aperte dagli immigrati se poi le si lascia in una sorta di binario parallelo. La Grande Crisi non permette spreco di risorse e ci dovrebbe indurre a tentare di estrarre valore da tutto ciò che esprime iniziativa economica e possa contribuire a creare lavoro. Anche perché, ben conoscendo la natura “antropologica” di molta della nostra piccola imprenditoria, dovremmo essere particolarmente attenti al sovrappiù di motivazioni che anima la mobilità sociale degli imprenditori-migranti. Sarebbe sbagliato frustrarle o anche solo deluderle. E’ stata interessante, a questo proposito, la sottolineatura nel discorso di Kyenge del ruolo che gli immigrati che hanno aperto un’azienda in Italia possono avere per aiutarci a stabilire relazioni economiche preferenziali con i loro Paesi d’origine. Altrettanto azzeccato l’appello del ministro alle imprese italiane a tenere conto che i migranti sono un target (robusto) di consumatori che va tenuto in considerazione e che va coltivato con offerte ad hoc. Qualcosa nei mesi scorsi è maturato nel campo delle industrie del largo consumo, qualche esperimento è stato varato da aziende come la Beretta e Granarolo, ma si può (e conviene) fare molto di più.
Dario Di Vico
L’industria della ceramica ha bisogno di un nuovo salto tecnologico. In passato all’incirca ogni 15 anni ce n’è stato uno e questa successione ha via via scandito il passaggio dal forno a rulli alla monocottura fino alla nascita del gres porcellanato smaltato. E’ arrivato il momento di produrne un altro ed è questo l’obiettivo principale che il nuovo amministratore delegato della Marazzi, Mauro Vandini, si propone. Il manager modenese viene dal vivaio della società ma dei 27 anni di curriculum Marazzi ben 20 li ha passati all’estero guidando le operazioni negli Usa, in Francia e in Spagna. Uscito dal gruppo nel 2009 Vandini è rientrato all’incirca due mesi fa dopo che la società era stata acquistata dal colosso americano Mohawk. Con i nuovi proprietari aveva già lavorato da consulente esterno e ora invece ha assunto compiti di responsabilità diretta.
Mohawk che produce ceramica, laminati, carpet e pietre, fattura sei volte Marazzi (6 miliardi di euro contro 1) e ma l’obiettivo dell’acquisizione non è aumentare la massa critica bensì utilizzare il know how del distretto di Sassuolo, l’Atene della ceramica, per spingere avanti il business e posizionarlo oltre la Grande Crisi. Il rischio che Vandini intravede è quello che le piastrelle diventino una commodity e di conseguenza il settore per difendersi debba esclusivamente consolidarsi. Se ciò avvenisse la qualità italiana, l’esclusività del distretto modenese andrebbe a farsi benedire.”In passato Sassuolo non ha saputo cogliere tutte le occasioni per unire le forze e competere adeguatamente con spagnoli e turchi” commenta Vandini. E ciò che non è stato fatto ieri va implementato oggi in una situazione sicuramente diversa, che vede coincidere la recessione con una fase di ricambio generazionale alla testa delle aziende del distretto.
Se c’è necessità di reagire con una nuova discontinuità tecnologica Vandini pensa che il posto migliore per realizzarla sia Sassuolo. “Il distretto è il centro d’eccellenza della produzione ceramica per concentrazione di intelligenze e tempo dedicato. Siamo quindi consapevoli del nostro valore ma siamo chiamati a un salto di mentalità. Gli americani ci dicono ‘voi tirate fuori le idee e noi troveremo le risorse finanziarie’ e non è un caso che dopo l’acquisizione Marazzi non abbiano inviato in Emilia un team di manager statunitensi”. Vandini pensa che l’italian style sia importantissimo ma se si vuole prendere la testa del cambiamento dell’industria mondiale della ceramica l’estetica non è sufficiente a produrre leadership. “Poteva andar bene quando il mercato era in crescita e quindi era meno selettivo ed esigente. Oggi no. Ci vuole un passo in avanti nella tecnologia oppure un upgrading nella flessibilità produttiva perché il prezzo degli stoccaggi è troppo elevato da reggere e non permette di liberare risorse per gli investimenti”.
Le classi medie dei paesi emergenti desiderano il prodotto italiano ma i mercati sono più nervosi, i lotti più piccoli e le varianti colori/formati innumerevoli. “La nostra capacità estetica e innovativa deve essere completata dalle giuste soluzioni ingegneristiche. La formula giusta è artigianato più scienza. E l’arrivo degli americani può rappresentare la giusta sferzata per le migliori energie del distretto”. Per rendere possibile la discontinuità di cui parla Vandini immagina uno sforzo comune, un’alleanza tra imprenditori della ceramica, impiantisti e banche. La monocottura nacque proprio grazie alla collaborazione tra gli industriali del prodotto e quelli del processo e ripetere la stessa performance permetterebbe al distretto di Sassuolo di portare in giro per il mondo non solo una bella piastrella ma un sistema d’avanguardia. Di sola estetica si può sopravvivere ma non dominare.
Va da sé che l’esperimento che sta per iniziare, in quella terra a cavallo tra le province di Reggio Emilia e di Modena che ha coltivato l’arte della ceramica, influenzerà il futuro dei tantissimi distretti italiani. Molti osservatori si sono specializzati negli oroscopi e settimanalmente sfornano predizioni sul declino e la morte delle aree a industrializzazione diffusa. Più interessante è invece monitorarne le trasformazioni e il rapporto multinazionali/Piccoli è sicuramente l’aspetto più originale specie se prevalgono giochi di cooperazione e di reciproca influenza. Per questo Sassuolo è ancora un’area-pilota.
Dario Di Vico
Il preventivato duello a mezzogiorno in piazza dei Signori, un classico da film western, alla fine non c’è stato e i due sfidanti alla poltrona di sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini (83 anni) e Giovanni Manildo (43), si sono incontrati/scontrati solo a tarda sera negli studi dell’emittente Rete Veneta. Ma l’attenzione per il ballottaggio trevigiano va comunque molto oltre le mura della città. Per la fibrillante Lega di questi giorni il risultato è decisivo, Treviso è forse la città del Nord che le ha riservato in passato i maggiori consensi e Gentilini comanda direttamente o indirettamente la politica cittadina dal lontano ’94. Per il Pd la vittoria di un altro renziano in Veneto – dopo quella di Achille Variati a Vicenza – avrebbe il risultato di accreditare il sindaco di Firenze come potenziale apriscatole del consenso moderato nel profondo Nord, laddove tutto ciò che in passato ha evocato l’odore della sinistra è stato condannato a restare minoritario.
Manildo parte 7 punti più in su di Gentilini ma la vittoria al primo turno è stata dovuta anche alla frammentazione dell’offerta politica di centro-destra in quattro liste. Sommando i risultati di ciascuna di loro “lo sceriffo” Gentilini avrebbe in mano il 49% dei voti espressi al primo turno ma non è detto che domani e lunedì riesca a riaggregare tutto il campo avverso al centro-sinistra. La settimana scorsa ci sono state trattative per l’apparentamento con la lista capeggiata da Massimo Zanetti (Segafredo) che aveva preso il 10% ma non se ne è fatto niente e l’industriale del caffè se l’è cavata, per ora, con una dichiarazione di blando appoggio a Gentilini. Spiega il sociologo trevigiano Vittorio Filippi: “Il successo dell’ex sindaco è stato alimentato in questi venti anni da tre segmenti di elettorato. Gli anziani intimoriti dalla globalizzazione e dall’immigrazione, i piccoli commercianti e artigiani e, infine, coloro che sono storicamente avversi a qualsiasi cosa sappia di sinistra e di sindacato”. Oggi però quei tradizionali bacini di consenso mostrano vistose crepe. “Gli anziani sono disincantati, i commercianti hanno visto nonostante la Lega al potere l’affermazione dei grandi shopping center e degli outlet e l’immagine di un Pd trevigiano molto cattolico ed erede della tradizione democristiana ha fatto cadere vecchie barriere”.
Per non sbagliare e perché gli viene facile Gentilini, nel tentativo di rimontare, ha impostato una campagna elettorale classicamente anticomunista, il guaio però per lui è che Manildo non ha niente che lo possa far assomigliare a Stalin. E’ un avvocato, ex boy scout e la sua famiglia ha fatto politica sempre nella Dc. Più che di feste dell’Unità sa di parrocchia. E questa ascendenza gli ha permesso di impostare un cauto ma proficuo dialogo con le categorie produttive. Né Confindustria né artigiani e commercianti si sono lasciati andare ad esplicite dichiarazioni di voto ma il programma di Manildo e il loro si assomigliano abbastanza. Tutte queste novità da sole non garantiscono al Pd la vittoria, Treviso è saldamente (qualcuno dice “antropologicamente”) di centro-destra e quindi bisognerà aspettare la conta dell’ultimo voto. Manildo nel primo turno ha saputo tenere i voti del centro-sinistra ma non ha sfondato in campo avverso, ha solo approfittato della demotivazione dell’elettorato di destra e di un vistoso appannamento della figura di Gentilini. La controversie interne alla Lega tra seguaci di Flavio Tosi e supporter di Luca Zaia hanno fatto il resto alimentando sospetti, invidie e ripicche. Per cui semmai la Lega dovesse perdere Treviso in molti immaginano più di una notte dei lunghi coltelli alla ricerca dei colpevoli e dei traditori. Negli ultimi giorni di campagna Manildo non ha replicato ai toni duri della campagna di Gentilini (che ha scelto come obiettivo privilegiato un giovane consigliere di Sel, Said Chaibi, di origini marocchine ed eletto in consiglio al primo turno), si è limitato a farsi fotografare vestito da Superman per prendere in giro il mito del sindaco SuperG. In realtà lo sfidante renziano non sembra dotato di extra-poteri e non è nemmeno estroverso come il suo amico Matteo, caso mai l’analogia giusta è con il timido Clark Kent.
Dario Di Vico
Una multinazionale può pagare stock option milionarie ai suoi top manager e al tempo stesso occuparsi dello studio e della mobilità sociale dei figli dei dipendenti senza cadere in aperta contraddizione? Stavolta per spiegare il modello Luxottica di welfare aziendale non basterà forse rifarsi alla rassicurante tradizione olivettiana, saremo obbligati tutti a trovare nuovi parametri. Il capitalismo, del resto, se in passato ha avuto una qualità è stata proprio quella di sorprendere i suoi analisti. Ma vediamo i fatti: ieri a Belluno nella sede dell’Unione Industriali la multinazionale italiana di Leonardo Del Vecchio e i sindacati confederali hanno firmato un nuovo accordo di welfare aziendale che estende quello (pilota) del 2009 e si occupa di studio e mobilità sociale dei figli dei dipendenti, di contrasto all’abbandono scolastico, assistenza sociale alle famiglie Luxottica, soggiorni all’estero e persino microcredito di solidarietà. Non bisogna essere degli Ichino o dei Treu per capire come si tratti di una delle intese più avanzate mai raggiunte perché l’azienda si fa carico non solo dei problemi materiali dei dipendenti ma estende la protezione (il welfare) ai figli e considera un valore da promuovere il loro iter scolastico. Per spiegare tutto ciò a Belluno usano un’espressione, “multinazionale di territorio”, che può vincere l’Oscar dell’ossimoro ma che ha fatto proseliti in Italia con accordi di welfare aziendale firmati un po’ dovunque nelle grandi e nelle medie imprese.
Torniamo però alla cronaca. Il caso vuole che pochi giorni fa la stessa Luxottica sia salita all’onore delle cronache per un’altra circostanza singolare: l’amministratore delegato della società Andrea Guerra ha venduto, come suo diritto, le azioni della società avute come stock option e ha guadagnato nel trading la bellezza di oltre 40 milioni di euro. Anche chi ha storto il naso di fronte a un premio così ricco intascato in tempo di Grande Crisi ha dovuto riconoscere che Guerra se li è pienamente meritati, in virtù delle straordinarie performance che la società degli occhiali ha conosciuto negli ultimi dieci anni sotto la gestione del suo top manager. Ma allora la contraddizione è solo apparente? In tempi in cui i testi sulla disuguaglianza di guru come Branko Milanovic o di premi Nobel come Joseph Stiglitz riempiono gli scaffali delle librerie e in una stagione politico-culturale in cui tanti ripetono che un amministratore delegato non può guadagnare 400 volte più di una tuta blu come va giudicato il caso Luxottica?
In attesa di valutazioni neutrali sentiamo quella dello stesso Guerra. “E’ evidente che oggi il valore che è stato creato in azienda in questi anni non viene distribuito omogeneamente. Ci sono delle storture ma il percorso che abbiamo avviato ha proprio l’obiettivo di ridurre le distanze”. Il manager ricorda come ci sia stata in Luxottica una prima distribuzione ai dipendenti di azioni per 10 milioni di euro e indica come successivo step una partecipazione azionaria alla tedesca. “Francamente non credo ai tetti sulle alte retribuzioni, penso che un’azienda di successo debba compensare tutti quelli che hanno contribuito e lo possa fare in piena trasparenza e correttezza”. Secondo Guerra il nuovo accordo del welfare Luxottica chiude la prima fase, quella pioneristica dal 2009 al 2013 e ne apre una nuova che dovrebbe servire proprio a costruire i lineamenti di un capitalismo partecipato e remunerativo. “Se avrà pazienza ci risentiremo tra cinque anni e potremo trarre un bilancio di questa stagione che comincia oggi. Anche perché se guardiamo fuori dall’azienda non vediamo solo una crisi particolarmente lunga ma un mondo diverso da quello di ieri che richiede da parte del capitalismo idee e formule nuove”.
Indubbiamente i dati sul grado di soddisfazione del proprio lavoro da parte degli operai Luxottica sono molto elevati. L’assenteismo è a livelli tedeschi (4%), il senso di appartenenza è scandinavo (l’82% si dichiara orgoglioso dell’azienda in cui lavora), la flessibilità è americana (il 90% di adesione al lavoro straordinario di sabato), la qualità svizzera e l’organico in Italia è raddoppiato negli ultimi dieci anni. Nella valle d’Agordo non amano veder archiviata la loro esperienza nel file “filantropia”, il direttore delle risorse umane, Nicola Pelà, ex ex olivettiano, sostiene da sempre che si tratta di “uno scambio”, di un negoziato tra parti diverse che approda a soluzioni valide e convincenti, a un do ut des di medio periodo (“reso possibile dal sentirsi parte di una comunità”). L’azienda si giova di un sentimento di appartenenza che produce qualità della prestazione, i dipendenti si vedono premiare con una sorta di “secondo salario” fatto finora di carrello della spesa a prezzi scontati, libri di scuola gratis e visite mediche specialistiche. Questo scambio ora fa un ulteriore passo in avanti perché estende la responsabilità d’impresa dalla condizione lavorativa dei padri al rischio di esclusione dei figli. Spiega Guerra: “Il mercato del lavoro dei ragazzi di oggi è globale e noi scommettiamo che la scuola e le esperienze all’estero possono anche in questo nuovo contesto far ripartire l’ascensore sociale”. I sindacati dopo una primissima fase di incertezza nel 2009 hanno pienamente sposato la filosofia di Del Vecchio e dei manager Luxottica, ora persino gli accordi sono scritti in stile asciutto e diretto e si è creato via via un modello di relazioni industriali che Pelà definisce “delle opportunità e delle responsabilità”. Il capitalismo, dunque, non sarà in grande salute ma riserva ancora delle sorprese anche se, come dimostra la stock option milionaria di Guerra, non sarà mai una livella.
Dario Di Vico
Per come si presenta nelle primissime ore la scelta del governo di operare per decreto il commissariamento dell’Ilva è un segnale rivolto innanzitutto ai magistrati. Dopo lo scontro che aveva visto nel dicembre scorso le toghe e il governo Monti su opposte barricate e aveva reso necessario l’intervento della Corte Costituzionale il presidente del Consiglio Enrico Letta non desiderava un bis. Non è un caso del resto che proprio ieri a Torino il pubblico ministero Raffaele Guariniello abbia tracciato un parallelo diretto tra la sentenza Eternit e la vicenda Ilva. A buon intenditor poche parole. E allora, per non esasperare il conflitto con la magistratura il governo non si è limitato a varare un provvedimento ad hoc, bensì ha tirato fuori dal cilindro una norma di carattere generale che riguarderà in futuro gli stabilimenti di “interesse strategico nazionale”. La cui attività produttiva comporti “pericoli gravi per l’ambiente”. Una norma che sarà salutata con favore dalle procure e che invece la Federacciai ha catalogato immediatamente come “un pericoloso precedente per tutta la media e grande impresa nazionale”.
Il segnale di captatio benevolentiae che l’esecutivo ha inviato alla magistratura riguarda anche il delicatissimo tema delle risorse. Si può pensare che il governo designando come commissario Enrico Bondi abbia garantito la “distanza” dalla proprietà (i Riva) ma perché la nuova gestione possa affrontare gli enormi problemi aperti sul versante dei finanziamenti molto dipende dai magistrati. Sperando che le banche nel frattempo non si sfilino (a quel punto saremmo in piena nazionalizzazione) è possibile prevedere che il tribunale del Riesame conceda a Bondi di attingere alle casse della holding, la Riva Fire, per garantire il capitale necessario al funzionamento dell’impianto siderurgico. Ma non è affatto chiaro come il commissario riesca a mettere insieme i 3 miliardi di investimenti necessari per la bonifica visto che il provvedimento governativo quantomeno deresponsabilizza i Riva. In definitiva anche senza voler bocciare anticipatamente il decreto di ieri è evidente che molte rimangono le zone d’ombra. E altrettanti i pericoli di ulteriore confusione.
Dario Di Vico
L’attenzione che si riversa sui sondaggi anche a urne già chiuse è altissima e il motivo lo si può facilmente rintracciare nell’instabilità del quadro politico italiano e nell’affannosa ricerca di qualcuno che ci predìca scampoli di futuro. Ma in parallelo, e sono gli stessi protagonisti del settore a denunciarlo, stiamo assistendo al cambio di destinazione d’uso dei sondaggi, da strumento predittivo diventa materiale per la propaganda elettorale. “La difficoltà è mantenere la terzietà” ha detto Roberto Weber e gli ha fatto eco Nando Pagnoncelli che ha sottolineato il rischio “di trasformarci in spin doctor”. L’occasione per queste riflessioni è stata fornita da un interessante dibattito sul futuro dei sondaggi organizzato a Trento dal Festival dell’economia, discussione che ha messo attorno al tavolo le più prestigiose griffe. Se Pagnoncelli ha rivendicato la differenza non solo lessicale tra ricercatore e sondaggista (“la stessa che nella fotografia c’è tra Cartier Bresson e Fabrizio Corona!”), nelle parole di Alessandra Ghisleri il confine tra monitoraggio e consulenza pro-attiva è parso molto labile. Blanditi e assediati dalla richieste i guru italiani della demoscopia sono apparsi molto preoccupati, non tanto per il rischio sempre presente in qualsiasi professione di sbagliare clamorosamente le previsioni, quanto delle pressioni alle quali sono sottoposti. Pagnoncelli ha fatto autocritica: “Abbiamo sbagliato ad accontentare politici e media in tutte le loro richieste”, perché è praticamente impossibile in un breve lasso di tempo sapere come reagisce l’elettorato all’acquisto di Mario Balotelli da parte del Cavaliere, mentre Weber ha rivelato: “Sapevamo benissimo che tra Marino e Alemanno a Roma c’erano 13 punti di differenza ma abbiamo comunicato una forchetta più limitata perché saremmo stati accusati di condizionare preventivamente il voto”. L’impressione è, dunque, che nessuno riesca a usare i sondaggi per quello che dovrebbero essere, uno strumento di indagine della realtà. Restano delle clave usate per farsi largo o bastonare l’avversario. La loro diffusione, per ora, ci lascia una politica più volatile e incapace di guardare oltre il proprio naso.
Dario Di Vico