LAVORO: GIOVANNINI, NON È PREVISTO CHE RIPRESA ASSORBA DISOCCUPAZIONE =

      Roma, 22 mag. - (Adnkronos) - «Nei prossimi mesi non è prevista
una ripresa vigorosa, si spera di intercettarla entro fine anno e
l’inizio del prossimo». Ad affermarlo, secondo quanto si riferisce, è
il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini nel corso dell’incontro con
le parti sociali. Una ripresa che però, aggiunge, «non è previsto
assorba la disoccupazione». Ecco perchè «siamo qui per capire come
possiamo accellerare una trasmissione della ripresa economica al
mercato del lavoro».

      (Eca/Opr/Adnkronos)
22-MAG-13 16:44

il distretto di Sassuolo, l’Atene della ceramica, in serie A

I Piccoli sono approdati in serie A grazie a un grande industriale, Giorgio Squinzi. Il Sassuolo calcio è riuscito nel miracolo di far convivere i due tronconi dell’imprenditoria italiana,  le imprese multinazionali e l’universo delle piccole e medie. Del resto Sassuolo è considerato il portabandiera dei distretti italiani e spesso le novità del made in Italy sono venute da questa terra a cavallo tra le province di Modena e Reggio Emilia. Risale addirittura al 1966 il primo libro che ne ha narrato le virtù e aveva come autore il giovane professore Romano Prodi, originario della vicina Scandiano. Successivamente di Sassuolo e delle sue piastrelle se ne sono innamorati un po’ tutti nel mondo del business. I guru del management a stelle e strisce come Michael Porter e più recentemente gli yankee della Mohawk, i turchi della Kalebodur e, si dice, anche un colosso cinese. Gli industriali sassolesi non sembrano proprio aver paura di tutte queste attenzioni, si considerano l’Atene della ceramica. I grandi eserciti possono pensare di averla conquistata ma presto o tardi scopriranno che è successo il contrario. Chi compra un’azienda del distretto (la Mohawk ha fatto sua la Marazzi) alla fine conferma alla guida i manager emiliani perché sanno dove mettere le mani e soprattutto sanno come innovare un prodotto, come la piastrella, che è destinato a cambiare nel tempo. Seguendo l’evoluzione degli stili di vita e strizzando l’occhio alla green economy.

   In zona ci sono 82 aziende di ceramica e attorno è cresciuta una filiera di fornitura che conta altre 4-500 imprese. Valgono 30 mila posti di lavoro  e 3 miliardi di esportazione (per le sole piastrelle). L’80% del prodotto sassolese prende la strada dell’estero (nel primo trimestre di quest’anno le vendite in America sono salite del 15%) e del resto con il mercato interno dell’edilizia che langue le esportazioni sono una manna. Per sostenere l’urto della Grande Crisi gli imprenditori di qui hanno anche ristrutturato le loro aziende per renderle più efficienti e nel farlo sono riusciti in un piccolo miracolo: quasi nessuno è uscito dal mercato e l’occupazione è stata tamponata facendo ricorso ai contratti di solidarietà.

    Il rapporto tra il territorio e Squinzi, proprietario del football club, risale agli anni ’70 quando piastrelle e collanti viaggiavano assieme nei camion per risparmiare sui costi della logistica. Nel modenese l’agente commerciale della Mapei (il gruppo di Squinzi) era quel Carlo Rossi che sarebbe diventato dieci anni fa il presidente della squadra di calcio locale. Il presidente della promozione in serie A. Squinzi, oltre ad essere diventato nel frattempo il numero uno della Confindustria (con l’appoggio dei sassolesi), è alla testa di un gruppo multinazionale della chimica leggera e nel distretto oltre al calcio possiede due fabbriche che producono colla ed una azienda di mosaico. L’oculata gestione propria delle imprese sassolesi ha fatto scuola anche nello sport e dal prossimo anno sarà possibile vedere l’esito di una nuova competizione di business applicato al calcio, quella tra il modello del Chievo dei miracoli e l’outsider Sassuolo. La prima mossa dovrebbe essere l’acquisto dello stadio di Reggio Emilia che non ha squadra: il prezzo oscilla tra i 3 e i 4 milioni.

   Dario Di Vico

Se capisco bene l’Ance (costruttori) dice: invece di tagliare l’Imu meglio un piano straordinario per l’edilizia

Subito un piano pubblico per le scuole, la manutenzione del territorio e per i mutui alle famiglie.

L’Imu da sola non basta

 

“Quello a cui ogni giorno assistiamo e che rileviamo direttamente con i nostri centri di elaborazione dati è un bollettino di guerra: gli argini si stanno rompendo e il sistema non regge più”. Sono parole dure quelle usate dal Presidente dell’Associazione dei costruttori, Paolo Buzzetti, a commento degli ultimi dati Istat sulla produzione delle costruzioni.

“Sono più di tre anni che denunciamo con forza la grave crisi del settore ma finora non si è fatto nulla di efficace per invertire la rotta e anzi con l’introduzione dell’Imu è stato dato il colpo di grazia a un settore già in agonia”. Secondo il Presidente Buzzetti, “se il Governo Letta, come lo stesso Presidente del Consiglio ha affermato in questi giorni, è davvero intenzionato a fare qualcosa per salvare migliaia di imprese e di famiglie dalla rovina allora non è più tempo di appellarci a rigidi parametri di bilancio europei, come riconoscono ormai anche molti economisti. Bisogna subito varare un piano coraggioso di opere pubbliche oltre a sbloccare gli strumenti già studiati all’attenzione del Governo per sostenere i mutui alle famiglie”.

Quello che chiediamo è di immettere subito “un’iniezione di soldi pubblici per partire con la messa in sicurezza delle scuole e del territorio: interventi necessari per il bene del Paese e capaci di dare fiato all’economia”.  Buzzetti ricorda che il Cipe 4 anni fa aveva stanziato 3 miliardi su un piano di piccole e medie opere promosso dall’Ance con il parere favorevole dei Comuni che poi è stato affossato per problemi di bilancio.

Sorprese/ Sacconi è d’accordo con Giavazzi.

 

Alesina, Giavazzi. Sacconi, proposta interessante e praticabile

 

Alesina e Giavazzi descrivono sul Corriere una ipotesi interessante e praticabile che consiste in un percorso della disciplina di bilancio funzionale alla crescita e all’occupazione, ad un modo di rispettare i vincoli e di utilizzare gli strumenti dell’Unione che non generi ulteriore depressione. L’Italia e’ nella condizione di praticare un credibile piano poliennale di riduzione strutturale delle spese, quale “copertura” di un immediata riduzione della tassazione sugli immobili e sul lavoro. Lo strumento dovrebbe essere il federalismo fiscale attraverso costi e fabbisogni standard per sanità e municipalità nelle loro macroaree di spesa. Si tratterebbe cioè di attuare una legge che c’è secondo parametri già tutti o quasi disponibili. E su quell’onda altri analoghi percorsi, come la concentrazione delle sedi e l’adozione di analoghi costi standard per le università, potrebbero essere praticati ed accettati. Il Governo Letta può insomma varare un piano di affidabili tagli di spesa ed in base ad essi chiedere una rimodulazione del patto con Bruxelles in funzione della crescita sostenuta dalla riduzione della pressione fiscale. Cosi’ come chiedere di aiutare la ricapitalizzazione delle banche attraverso il fondo europeo che concorriamo a finanziare.

Di nuovo bufera sui pagamenti della PA? Un Sangalli insolitamente nervoso dice …

DEBITI P.A:SANGALLI A SALTAMARTINI,È UN PERCORSO A OSTACOLI
(V. «DEBITI PA:SALTAMARTINI,SANGALLI SBAGLIA…» DELLE 15.46 
   (ANSA) - ROMA, 16 MAG - «Per le imprese rimane un percorso a
ostacoli». Così il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli
replica all’onorevole Saltamartini che stamattina lo aveva
criticato sul tema del pagamento dei debiti della Pa.
  «Proprio perchè il testo l’abbiamo letto - afferma Sangalli
- anche se il principio della compensazione è presente nel
decreto, la praticabilità, di fatto, non esiste. Infatti, il
meccanismo della compensazione previsto dal provvedimento rimane
paradossalmente limitato solo a quelle imprese inadempienti nei
confronti del fisco, e fino a concorrenza dell’importo indicato
in cartella esattoriale, ed esclude, pertanto, le imprese che
hanno sempre adottato un comportamento corretto e che sono la
stragrande maggioranza. Il risultato finale, quindi, è che per
le imprese recuperare i loro crediti verso la P.A., ad oggi,
rimane un percorso ad ostacoli».(ANSA).

     CHO
16-MAG-13 18:39

BONANNI: TWITTER ALGIDO E PERICOLOSO,CERCATE CONTATTO UMANO
SOCIAL NETWORK «UNO SCHIFO VI SI DICONO SOLO PAROLACCE»
   (ANSA) - ASCOLI PICENO, 15 MAG -  Chi fa sindacato deve
essere a disposizione dei lavoratori che si conoscono, che si
rappresentano, «in carne e ossa. Non quelli delle mail o che
cinguettano su Twitter, che come vedete è uno schifo visto che
vi si dicono solo parolacce. Perchè quando non c’è il calore
umano, il riconoscersi e farsi conoscere tutto diventa di un
cinismo e di un algido davvero pericoloso». Frecciata contro i
social Network del segretario nazionale della Cisl Raffaele
Bonanni che al congresso Filca Cisl a Colli del Tronto (Ascoli
Piceno) invita i suoi a ritrovare il contatto umano con la base.

Se invece di badante dicessimo infermiere a domicilio?

Visto che la domanda è alta, ed è destinata a restarlo da qui al 2030, quella del/della badante può diventare a tutti gli effetti una professione sulla quale puntare? A rendere attuale un quesito, che altrimenti potrebbe sembrare del tutto irrealistico, è una ricerca del Censis e dell’Ismu condotta per il ministero del Lavoro e che fotografa il mercato dei servizi di cura/assistenza per le famiglie. Il numero-chiave è quello riferito ai collaboratori che prestano servizio di cura in casa con formule e modalità diverse: nel 2001 erano all’incirca un milione, oggi sono diventati a 1.655 mila con un incremento del 53%. Più di quattro quinti sono donne e solo il 17,6% è di sesso maschile.

Il 77,3% di loro è straniero con un netto primato della componente rumena che sopravanza gli ucraini, i filippini, i moldavi e via via marocchini, peruviani, polacchi e russi. Complessivamente dall’Est europeo viene comunque la maggioranza assoluta delle badanti. Gli italiani sono poco più del 22% ma nelle regioni meridionali questa percentuale arriva anche al 36%. I fattori che rendono questo mercato interessante, nonostantela Grande Crisi, sono ovviamente l’invecchiamento della popolazione, la frammentazione del tradizionale modello familiare italiano, la tendenza alla de-ospedalizzazione a favore delle terapie a domicilio. Siccome queste tendenze sono destinate a continuare nei prossimi anni il Censis prevede una crescita della domanda che porterà il numero degli attuali collaboratori a 2.150 mila nel 2030, con un fabbisogno aggiuntivo complessivo di circa 500 mila unità. Mezzo milione di posti di lavoro.

E allora un Paese che ha tre milioni di disoccupati si può permettere di snobbare un lavoro dignitoso e di grande utilità come quello rappresentato dall’assistenza agli anziani? Ovviamente no, ma oggi sono pochi i giovani che prendono in considerazione un’ipotesi di questo tipo e, va aggiunto, qualora lo facessero molto probabilmente dovrebbero scontrarsi con la ferma contrarietà dei propri genitori. Non è un caso che il boom delle badanti in Italia sia stato pressoché spontaneo, favorito dall’assenza di servizi pubblici analoghi e alimentato sostanzialmente dal passaparola e dal contatto diretto tra datore di lavoro e dipendente. Solo il 14,3% degli attuali badanti ha seguito un percorso professionale e il 71% è diventato assistente per gli anziani per pura necessità economica tanto da accettare in più di qualche caso (il 27,7%) un rapporto di lavoro totalmente irregolare. Nel tempo però quello che era partito come un mercato del tutto deregolato ha via via preso corpo. Sia soggettivamente visto che il 70% dei badanti considera la sua attuale occupazione come stabile e solo il 16% sta cercando un lavoro più soddisfacente. Sia sul lato delle tutele «di fatto» se, come sostiene il Censis, più della metà dei lavoratori ha ormai riconosciuti ferie, liquidazione, malattia e tredicesima.

Commenta Paolo Reboani, amministratore delegato di Italia Lavoro: «Da parte degli italiani esiste ancora un pregiudizio verso questa forma di occupazione. Si è disposti addirittura a licenziarsi per poter accudire il proprio padre o la propria madre non autosufficiente, ma difficilmente si prende in considerazione la possibilità di assistere a pagamento dei terzi. Eppure vista la domanda di lavoro costante sarebbe utile riconsiderare il tutto». Il badante dovrebbe diventare, anche lessicalmente, un infermiere domiciliare, dotato di una propria professionalità, iscritto a un registro e il cui collocamento al lavoro potrebbe essere intermediato da un’agenzia o da una cooperativa. «Con questa veste più moderna e certificata il lavoro del badante potrebbe essere tranquillamente recuperato nel novero delle professioni appetibili» aggiunge Reboani. Del resto l’aumento dei nuovi posti di lavoro nel settore dei servizi alla persona è una tendenza di carattere internazionale che caso mai ci vede ancora una volta in ritardo. Da un punto di vista sistemico, secondo il direttore del Censis Giuseppe Roma, «occorre spostare i costi di ospedalizzazione verso l’attività domiciliare, organizzare in maniera più moderna le lunghe degenze e di conseguenza curare la professionalizzazione del servizio in una logica di collaborazione tra pubblico e privato». Del resto il 55,2% di coloro che già oggi fanno i collaboratori si dichiara disposto a seguire un corso di formazione.

La ricerca del Censis sottolinea, infine, come le famiglie incontrino difficoltà nel reclutamento delle badanti e nella gestione del rapporto di lavoro perché non trovano sul territorio servizi che possano aiutarle nell’individuazione del candidato. Da qui la maggiore disponibilità ad affidarsi totalmente ad agenzie di intermediazione che le sollevino da qualsiasi incombenza burocratica e gestionale. Se poi queste agenzie saranno capaci di selezionare anche giovani italiani la quadratura del cerchio tra più servizi e più posti di lavoro sarà a portata di mano.

Dario Di Vico

twitter@dariodivico

La crisi libera grandi spazi e la Coop li affitta ai Piccoli -

La crisi porta ad aguzzare l’ingegno e la grande distribuzione cerca strade nuove nel rapporto con  consumatori sempre più prudenti. L’esperimento viene da Sesto Fiorentino e il protagonista si chiama Unicoop. Gli ipermercati generalisti funzionano sempre meno per la stasi dei consumi di beni durevoli e l’offensiva delle catene specializzate (Mediawordl, Decathlon, Ikea, ecc.) e di conseguenza è stata avviata la loro ristrutturazione in formati più piccoli e centrati prevalentemente sul food. Riorganizzando le aree si sono automaticamente liberati grandi spazi e l’idea che è venuta ai manager di Unicoop è stata  di affittarli a piccole e medie imprese che hanno bisogno, magari per una settimana, di aprire un loro punto vendita.

Un artigiano, un commerciante, un professionista o anche solo uno studente, possono allestire all’interno del supermercato Unicoop una propria vetrina e vendere oggetti o solo idee, offrire servizi. Può capitare che una piccola azienda abbia necessità di esaurire le scorte di magazzino, abbia un prodotto nuovo da lanciare o anche solo da testare e allora con un affitto a prezzi contenuti (poco più di 500 euro) si garantisce una presenza commerciale in un sito, come quello alle porte di Firenze, che viene visitato settimanalmente da 60 mila clienti.  Come una volta si apriva una bottega in piazza oggi si prende a nolo uno spazio nei centri commerciali. La formula si presenta virtuosa: Unicoop incassa l’affitto, i Piccoli usufruiscono di una chance che non avrebbero mai potuto permettersi  e per di più possono modularla nel tempo senza caricarsi di costi fissi. Infine il consumatore ha una possibilità di scelta in più e viene a conoscenza di prodotti o soluzioni che gli srabbero rimaste ignoti. L’iniziativa è stata chiamata “moving mall” e i riscontri sono stati positivi. A scommettere sulla novità sono già stati operatori dei segmenti più disparati:  dalla floricoltura alla confetteria, dalla telefonia a un’agenzia di wedding planner.

Dario Di Vico

Il caso Inarcassa/ Quando le casse di previdenza devono rimpiazzare le banche

  Di fronte alla crisi le casse previdenziali private ora cominciano a comportarsi da banche. E’ il caso – il primo nel suo genere – dell’Inarcassa, l’istituto che amministra il welfare dei 165 mila architetti e ingegneri italiani. Due professioni che rischiano di essere falcidiate dalla recessione e dal tracollo del mercato dei lavori pubblici e dell’edilizia. Tutta la filiera del mattone è in grande difficoltà, i pagamenti delle pubbliche amministrazioni sono in ritardo (quando va bene!) e i riflessi negativi arrivano fino ai professionisti del settore che hanno subito una decurtazione del reddito medio stimata attorno al 26% negli anni che vanno dal 2007 al 2012. Oltre alle mancate commesse e ai danni legati ai frequenti fallimenti delle imprese edili il disagio di architetti e ingegneri è stato appesantito dalla stretta creditizia, visto che le banche già finanziano con il contagocce le Pmi e risultano essere ancora più prudenti con i professionisti. Risultato: il reddito medio è sceso a 26.700 euro annui, sono 65 mila gli architetti e ingegneri che non superano quota 15 mila e molti di loro faticano a pagare le quote previdenziali. Con la conseguenza che non essendo in regola non possono essere pagati dalle pubbliche amministrazioni.

   Per far fronte a questa situazione, che viene monitorata con crescente apprensione, i vertici di Inarcassa hanno deciso di innovare la prassi e di aprire una linea di credito di 150 milioni per i propri iscritti che potranno così diluire e rateizzare i pagamenti previdenziali nell’arco di tre anni. Per avere qualche termine di riferimento sull’entità dell’operazione vale la pena ricordare che un professionista che guadagna meno di 15 mila euro l’anno ne deve versare 2.900 per la propria pensione, in due rate a giugno e settembre. Chi supera il tetto dei 15 mila paga il 14,5% del reddito più il 4% sul fatturato. Si può stimare quindi che un architetto o un ingegnere che guadagna 100 mila euro l’anno alla fine ne dia in tre rate circa 20 mila all’Inarcassa. In virtù della nuova decisione dell’ente previdenziale – che sarà formalizzata nel consiglio di amministrazione del 15 maggio - sia i professionisti con i redditi più bassi sia gli altri potranno rinviare nel tempo (fino al 2016) il pagamento e si vedranno applicare un tasso di diluizione che potrà andare dal 3 a un massimo del 4,5% annuo. L’agevolazione non comporterà nessuna conseguenza sulla maturazione dei diritti previdenziali e dovrebbe avere un iter burocratico semplificato.

  Il provvedimento si aggiunge a un’altra misura di ristoro economico varata con successo nel recente passato da Inarcassa, quella che ha consentito ai giovani professionisti un accesso al credito garantito a tasso zero con l’obiettivo di poter disporre di 10 mila euro con i quali aprire lo studio professionale. In quel caso la cassa apponeva la firma di garanzia in banca e l’esperimento ha funzionato al punto che non c’è stato nessun insoluto. E’ evidente che con provvedimenti di questo tipo cambia, o semplicemente si amplia, la funzione degli enti previdenziali privati che vengono ad assumere un ruolo di supplenza rispetto a un sistema bancario indisponibile a concedere crediti – e nel caso a tassi molto più elevati – ed a una committenza inadempiente nel rispetto dei termini di pagamento.

   Per poter assumere su di sé funzioni suppletive le casse devono essere finanziariamente solide  e fortunatamente è questo il caso di Inarcassa, presieduta dall’architetto Paola Muratorio e diretta da Giancarlo Giorgi, che può vantare un patrimonio prossimo a 7 miliardi di euro e un bilancio dell’esercizio 2013 che dovrebbe evidenziare un avanzo tra i 500 e i 700 milioni.

 Dario Di Vico

RAI: BOLDRINI, HA CRISI LEGITTIMAZIONE, ASCOLTI I CITTADINI

   (ANSA) - ROMA, 10 MAG - «La Rai è investita da un problema
di legittimazione molto simile a quello che tocca le
istituzioni. Ritengo importante perciò che la Rai si metta in
ascolto delle richieste e delle critiche che vengono dai
cittadini». Lo ha detto la presidente della Camera Laura
Boldrini incontrando il presidente e il direttore generale della
Rai Anna Maria Tarantola e Luigi Gubitosi a Montecitorio.(ANSA).

     DEL
10-MAG-13 19:39