Le cose che Squinzi non ha detto
I capannoni e l’antropologia positiva degli emiliani

   Fino a ieri gli artigiani emiliani non avevano avuto dubbi. Si riaprono le aziende e si riparte, “perché fermi non si può proprio stare”. L’attaccamento per l’impresa che hanno i Piccoli modenesi forse è meno celebrato di quello dei nordestini ma nella buona sostanza è lo stesso. Ad animarli entrambi è un’antropologia positiva che non conosce ostacoli, l’azienda è la vita, i dipendenti un’altra famiglia. Ma, come racconta Alberto Belluzzi, un dirigente della Confartigianato, “se la volontà è forte, oggi la natura è stata soverchiante. E lo ammetto: stasera sono demoralizzato”. I capannoni e le fabbrichette dunque non si possono riaprire, i rischi sono troppo forti e per una volta bisogna aspettare. La Fiom-Cgil, che da questa parti è fortissima, già dal pomeriggio aveva cominciato a lanciare messaggi (“la ripresa del lavoro avvenga solo dopo le necessarie verifiche”) e gli imprenditori sono rimasti soli con il loro dilemma. E’ più giusto farsi coraggio e rimettere in piedi le strutture oppure bisogna almeno per un po’ rassegnarsi per non mettere a repentaglio la vita degli operai?

    Sul breve le aziende resteranno chiuse, i sindacati si sentiranno rassicurati ma tra qualche giorno i dubbi torneranno perché, se hanno ragione gli esperti, bisognerà convivere con il sisma per un bel po’, almeno qualche settimana e i Piccoli un mese con le mani in mano non ci stanno. E poi se fino a pochi giorni fa la parola capannoni era indissolubilmente accoppiata al Veneto, il terremoto ha mostrato come l’industrializzazione diffusa abbia prodotto gli stessi fenomeni anche in Emilia. Il vanto degli artigiani modenesi, reggiani o ferraresi era che da loro le cose però erano state “governate” (verbo molto usato da queste parti) meglio, che il perimetro delle aree industriali era stato rispettato e che non c’era stato quel consumo esasperato di territorio che i nordestini oggi rimproverano a se stessi. Nella regione rossa le cose sembravano esser andate meglio ma poi il maledetto sisma ha dimostrato che tanti capannoni saranno stati costruiti pure nelle zone previste dalle amministrazioni ma non con le dovute precauzioni edilizie. E si sono sbriciolati quasi per primi.

   Il modello emiliano di piccola impresa è stato studiato in questi anni in lungo e in largo. Sono stati messi in luce gli aspetti virtuosi delle ceramiche di Sassuolo, della meccanica di Cento, del biomedicale di Mirandola, solo per citare quelli più conosciuti. Un po’ tutti i distretti emiliani hanno retto alla Grande Crisi, qualcuno meglio e qualcuno peggio ma quasi tutti hanno continuato ad esportare aprendosi nuovi mercati di sbocco. Una prova di stress come quella di questi giorni però non l’avevano dovuta mai sopportare. Prima del sisma si discuteva delle reti di impresa, delle associazioni da modernizzare, della manodopera specializzata che non si trova, della strada giusta per vendere in Cina. Oggi l’agenda e le priorità sono drammaticamente cambiate. Primum vivere. Riusciranno i nostri eroi a trovare la forza per reagire in piena recessione? Franco Mosconi, professore di economia industriale e studioso del modello emiliano, non ha dubbi. Insegna a Parma ma vive a Carpi. I racconti che gli arrivano in questi giorni sanno di decimazione ma lui non ha dubbi: “Vedrete che i distretti ce la faranno. E’ gente tosta, non è abituata a mollare. E le reti di coesione qui sono fortissime, a differenza del Veneto da noi fare squadra è quasi un automatismo”.

   Lo si era già visto nelle settimane scorse di fronte all’emergenza suicidi. Anche in questo caso i primi artigiani a togliersi la vita erano stati nordestini ma poi, a dimostrazione di qualche analogia, i casi si erano ripetuti anche in Emilia. Le vedove avevano scelto Bologna per la loro marcia silenziosa ma proprio a Modena si era tenuta un’assemblea per discutere insieme agli psicologi come portare solidarietà agli uomini dimenticati. Ieri è stato un giorno nero e quindi è presto per sapere che iniziative saranno messe in campo per far fronte all’emergenza ma “quella moltitudine di cristiani che da Piacenza a Rimini ha costruito il modello emiliano” (parole di Edmondo Berselli) non ha nessuna intenzione di dimettersi.

Dario Di Vico   

 

 

 

La laboriosità e il terremoto/ Una lettera

Laboriosità, sobrietà e solidarietà: un pensiero a tutte le vittime del terremoto

            Un terremoto è un evento catastrofico che lascia segni indelebili, tra le persone e sul territorio quanto nella memoria di chi l’ha vissuto. In alcuni (come nel sottoscritto) ha forgiato l’idea che siamo ospiti sulla Terra, luogo tanto affascinante quanto in continua evoluzione, dove l’uomo ha deciso – spesso erroneamente – di governare al di sopra di regole non scritte, ma comunque esistenti.

            Nella lunga e tragica esperienza italiana di eventi sismici, i sentimenti di sgomento e di rabbia, si sono sempre tramutati in una positiva buona volontà che ha portato a rialzarsi, dopo breve tempo.

            Le polemiche che stanno emergendo sulla solidità dei capannoni, sembrano lo strumento per attaccare ed accusare quanti abbiano avuto il coraggio di mettere da parte lo sconforto, e rimboccandosi le maniche in prima persona, stanno operando per combattere tanto la crisi economica e quanto la furia della natura.

            Quegli imprenditori e lavoratori non vogliono un ringraziamento, ne tantomeno vogliono mettere a rischio la vita e l’incolumità propria (visto che sono li in prima linea) e quella dei propri collaboratori, al momento unico punto di certezza e fiducia “terrena” e vero patrimonio rimasto in piedi.

            Chi è morto prima di essere “operaio”, è una persona umana, esattamente come ogni singolo feriti e sfollato, ai quali tutti gli italiani stanno dando aiuto, alcuni prendendo in mano una pala e dormendo poco, altri “solo” economicamente, altri ancora esprimendo vicinanza ed affetto.

            In questo momento delicato, al contrario, bisognerebbe mettere da parte le polemiche per trovare un nuovo senso di fraternità e di solidarietà, visto che tutti (dalle Alpi alle Isole) siamo chiamati a contribuire a rinnovare il senso di italianità e di unità nazionale.

            È altrettanto auspicabile che, in un laborioso silenzio, però, le Autorità possano accertare in tempi rapidi e con sobrietà, se vi sono responsabilità oggettive per un crollo avvenuto a causa di un evento tanto ordinario nella sua evoluzione, quanto “tanto” straordinario nella sua intensità.

Manlio d’Agostino – Economista

Presidente Nazionale Movimento Giovani UCID

Le cose che Squinzi non ha detto

  Molte delle affermazioni contenute nella relazione d’esordio di Giorgio Squinzi sono largamente condivisibili. Il neo-presidente della Confindustria è un imprenditore dotato di un solido alfabeto delle priorità e bene ha fatto a sciorinarlo davanti a quello che per quattro anni sarà il suo pubblico. E’ giustissimo che dagli imprenditori arrivi un richiamo forte a riprendere il cammino della riforma della pubblica amministrazione troppe volte annunciata e troppe volte interrotta. E’ corretto che gli industriali privati incalzino il governo sulla riduzione della spesa pubblica. Abbiamo infatti immesso nel nostro lessico l’espressione “spending review” ma corriamo il rischio di trasformarla in un interminabile esercizio di stile, mentre c’è bisogno di agire con buona andatura e mano sicura. Venti punti di differenza tra il nostro total tax rate e quello tedesco (68,5 contro 46,7%) sono insopportabili e il gap di competitività che ne deriva non è recuperabile. Squinzi lo ha sottolineato e anche in questo caso la scelta è sicuramente condivisibile. Così come altrettanto azzeccata è stata la sottolineatura del ruolo strategico dell’innovazione e della ricerca nel nuovo posizionamento che la nostra industria deve ricercare.

   Squinzi, quindi, non può certo essere criticato per le cose che ha detto, se c’è un rilievo da muovergli sta caso mai nelle cose che non ha detto. Il neo-presidente è cosciente -  e lo ha scritto - che il prossimo quadriennio sarà più duro di quello che è toccato in sorte ad Emma Marcegaglia ma a questa consapevolezza non ha fatto riscontro nella relazione del debutto il coraggio necessario per avventurarsi nell’analisi e nella descrizione di questa discontinuità. Perché, se è vero che la Grande Crisi ha cambiato profondamente lo scenario attorno a noi, non è assolutamente pensabile che l’attività di rappresentanza resti uguale a se stessa, come se nulla fosse avvenuto. Si pensi, ad esempio, all’azione di lobby. Nell’epoca della crescita finanziata con la spesa pubblica l’azione della Confindustria era fin troppo lineare: si individuavano gli obiettivi, si organizzava un maxi-convegno, si raccoglieva una robusta rassegna stampa e poi iniziava il pressing sulla politica e il Parlamento per ottenere il provvedimento x o quello y.

   Da allora è intervenuto un salto di paradigma, viviamo nell’era del budget zero e la rappresentanza per portare avanti i suoi legittimi obiettivi deve entrare in una logica di scambio, deve saper conciliare il sindacalismo d’impresa con l’individuazione di soluzioni valide per tutti, universalistiche. Facciamo un altro esempio: gli incentivi che a vario titolo arrivano dallo Stato al sistema delle imprese. C’è ormai una ricca pubblicistica che documenta come vi siano rilevanti dispersioni, rendite di posizione, allocazione sbagliata di risorse. Il governo ha preso l’iniziativa e ha affidato al professor Francesco Giavazzi l’incarico di riordinare la materia. Decisione sacrosanta. Perché Squinzi non l’ha nemmeno citata nella sua relazione? Pensa forse che il compito della rappresentanza d’impresa sia quello di girarsi dall’altra parte ed eludere questo nodo? Non è preferibile, invece, collaborare e caso mai mettere a punto un progetto di autoriforma degli incentivi da mettere a confronto con quello che sarà deciso dal governo?

   E’ questo il cambiamento che attende le parti sociali. Abbiamo bisogno come Paese di una stagione di responsabilizzazione che non si fermi all’elaborazione delle rivendicazioni ma aiuti a produrre soluzioni. Lo abbiamo chiesto con forza e a più riprese ai sindacati dei lavoratori non possiamo non indirizzare un analogo e pacato suggerimento alla Confindustria. Del resto come sta avvenendo già per la politica i prossimi anni costituiranno uno stress test per tutte le nomenklature. I mandati saranno più corti, le verifiche più spigolose, i conflitti alto-basso più frequenti. Sopravviveranno le organizzazioni che sapranno affrontare il cambiamento modificando i propri meccanismi di funzionamento, accorciando la catena decisionale, eliminando riti e sprechi. Buon lavoro, presidente.

Dario Di Vico

twitter@dariodivico

Le cose che Squinzi non ha detto

  Molte delle affermazioni contenute nella relazione d’esordio di Giorgio Squinzi sono largamente condivisibili. Il neo-presidente della Confindustria è un imprenditore dotato di un solido alfabeto delle priorità e bene ha fatto a sciorinarlo davanti a quello che per quattro anni sarà il suo pubblico. E’ giustissimo che dagli imprenditori arrivi un richiamo forte a riprendere il cammino della riforma della pubblica amministrazione troppe volte annunciata e troppe volte interrotta. E’ corretto che gli industriali privati incalzino il governo sulla riduzione della spesa pubblica. Abbiamo infatti immesso nel nostro lessico l’espressione “spending review” ma corriamo il rischio di trasformarla in un interminabile esercizio di stile, mentre c’è bisogno di agire con buona andatura e mano sicura. Venti punti di differenza tra il nostro total tax rate e quello tedesco (68,5 contro 46,7%) sono insopportabili e il gap di competitività che ne deriva non è recuperabile. Squinzi lo ha sottolineato e anche in questo caso la scelta è sicuramente condivisibile. Così come altrettanto azzeccata è stata la sottolineatura del ruolo strategico dell’innovazione e della ricerca nel nuovo posizionamento che la nostra industria deve ricercare.

   Squinzi, quindi, non può certo essere criticato per le cose che ha detto, se c’è un rilievo da muovergli sta caso mai nelle cose che non ha detto. Il neo-presidente è cosciente -  e lo ha scritto - che il prossimo quadriennio sarà più duro di quello che è toccato in sorte ad Emma Marcegaglia ma a questa consapevolezza non ha fatto riscontro nella relazione del debutto il coraggio necessario per avventurarsi nell’analisi e nella descrizione di questa discontinuità. Perché, se è vero che la Grande Crisi ha cambiato profondamente lo scenario attorno a noi, non è assolutamente pensabile che l’attività di rappresentanza resti uguale a se stessa, come se nulla fosse avvenuto. Si pensi, ad esempio, all’azione di lobby. Nell’epoca della crescita finanziata con la spesa pubblica l’azione della Confindustria era fin troppo lineare: si individuavano gli obiettivi, si organizzava un maxi-convegno, si raccoglieva una robusta rassegna stampa e poi iniziava il pressing sulla politica e il Parlamento per ottenere il provvedimento x o quello y.

   Da allora è intervenuto un salto di paradigma, viviamo nell’era del budget zero e la rappresentanza per portare avanti i suoi legittimi obiettivi deve entrare in una logica di scambio, deve saper conciliare il sindacalismo d’impresa con l’individuazione di soluzioni valide per tutti, universalistiche. Facciamo un altro esempio: gli incentivi che a vario titolo arrivano dallo Stato al sistema delle imprese. C’è ormai una ricca pubblicistica che documenta come vi siano rilevanti dispersioni, rendite di posizione, allocazione sbagliata di risorse. Il governo ha preso l’iniziativa e ha affidato al professor Francesco Giavazzi l’incarico di riordinare la materia. Decisione sacrosanta. Perché Squinzi non l’ha nemmeno citata nella sua relazione? Pensa forse che il compito della rappresentanza d’impresa sia quello di girarsi dall’altra parte ed eludere questo nodo? Non è preferibile, invece, collaborare e caso mai mettere a punto un progetto di autoriforma degli incentivi da mettere a confronto con quello che sarà deciso dal governo?

   E’ questo il cambiamento che attende le parti sociali. Abbiamo bisogno come Paese di una stagione di responsabilizzazione che non si fermi all’elaborazione delle rivendicazioni ma aiuti a produrre soluzioni. Lo abbiamo chiesto con forza e a più riprese ai sindacati dei lavoratori non possiamo non indirizzare un analogo e pacato suggerimento alla Confindustria. Del resto come sta avvenendo già per la politica i prossimi anni costituiranno uno stress test per tutte le nomenklature. I mandati saranno più corti, le verifiche più spigolose, i conflitti alto-basso più frequenti. Sopravviveranno le organizzazioni che sapranno affrontare il cambiamento modificando i propri meccanismi di funzionamento, accorciando la catena decisionale, eliminando riti e sprechi. Buon lavoro, presidente.

Dario Di Vico

Le cose che Squinzi non ha detto -

  Molte delle affermazioni contenute nella relazione d’esordio di Giorgio Squinzi sono largamente condivisibili. Il neo-presidente della Confindustria è un imprenditore dotato di un solido alfabeto delle priorità e bene ha fatto a sciorinarlo davanti a quello che per quattro anni sarà il suo pubblico. E’ giustissimo che dagli imprenditori arrivi un richiamo forte a riprendere il cammino della riforma della pubblica amministrazione troppe volte annunciata e troppe volte interrotta. E’ corretto che gli industriali privati incalzino il governo sulla riduzione della spesa pubblica. Abbiamo infatti immesso nel nostro lessico l’espressione “spending review” ma corriamo il rischio di trasformarla in un interminabile esercizio di stile, mentre c’è bisogno di agire con buona andatura e mano sicura. Venti punti di differenza tra il nostro total tax rate e quello tedesco (68,5 contro 46,7%) sono insopportabili e il gap di competitività che ne deriva non è recuperabile. Squinzi lo ha sottolineato e anche in questo caso la scelta è sicuramente condivisibile. Così come altrettanto azzeccata è stata la sottolineatura del ruolo strategico dell’innovazione e della ricerca nel nuovo posizionamento che la nostra industria deve ricercare.

   Squinzi, quindi, non può certo essere criticato per le cose che ha detto, se c’è un rilievo da muovergli sta caso mai nelle cose che non ha detto. Il neo-presidente è cosciente -  e lo ha scritto - che il prossimo quadriennio sarà più duro di quello che è toccato in sorte ad Emma Marcegaglia ma a questa consapevolezza non ha fatto riscontro nella relazione del debutto il coraggio necessario per avventurarsi nell’analisi e nella descrizione di questa discontinuità. Perché, se è vero che la Grande Crisi ha cambiato profondamente lo scenario attorno a noi, non è assolutamente pensabile che l’attività di rappresentanza resti uguale a se stessa, come se nulla fosse avvenuto. Si pensi, ad esempio, all’azione di lobby. Nell’epoca della crescita finanziata con la spesa pubblica l’azione della Confindustria era fin troppo lineare: si individuavano gli obiettivi, si organizzava un maxi-convegno, si raccoglieva una robusta rassegna stampa e poi iniziava il pressing sulla politica e il Parlamento per ottenere il provvedimento x o quello y.

   Da allora è intervenuto un salto di paradigma, viviamo nell’era del budget zero e la rappresentanza per portare avanti i suoi legittimi obiettivi deve entrare in una logica di scambio, deve saper conciliare il sindacalismo d’impresa con l’individuazione di soluzioni valide per tutti, universalistiche. Facciamo un altro esempio: gli incentivi che a vario titolo arrivano dallo Stato al sistema delle imprese. C’è ormai una ricca pubblicistica che documenta come vi siano rilevanti dispersioni, rendite di posizione, allocazione sbagliata di risorse. Il governo ha preso l’iniziativa e ha affidato al professor Francesco Giavazzi l’incarico di riordinare la materia. Decisione sacrosanta. Perché Squinzi non l’ha nemmeno citata nella sua relazione? Pensa forse che il compito della rappresentanza d’impresa sia quello di girarsi dall’altra parte ed eludere questo nodo? Non è preferibile, invece, collaborare e caso mai mettere a punto un progetto di autoriforma degli incentivi da mettere a confronto con quello che sarà deciso dal governo?

   E’ questo il cambiamento che attende le parti sociali. Abbiamo bisogno come Paese di una stagione di responsabilizzazione che non si fermi all’elaborazione delle rivendicazioni ma aiuti a produrre soluzioni. Lo abbiamo chiesto con forza e a più riprese ai sindacati dei lavoratori non possiamo non indirizzare un analogo e pacato suggerimento alla Confindustria. Del resto come sta avvenendo già per la politica i prossimi anni costituiranno uno stress test per tutte le nomenklature. I mandati saranno più corti, le verifiche più spigolose, i conflitti alto-basso più frequenti. Sopravviveranno le organizzazioni che sapranno affrontare il cambiamento modificando i propri meccanismi di funzionamento, accorciando la catena decisionale, eliminando riti e sprechi. Buon lavoro, presidente.

Dario Di Vico

Elogio di Luciano Benetton, varie ed eventuali

  Luciano Benetton è stato uno straordinario imprenditore. Le classifiche sono sempre difficili ma in un ipotetico ranking dell’innovazione italiana il fondatore di United Colors occuperebbe uno dei primissimi posti. Prima di tantissimi altri ha capito le potenzialità di una filiera flessibile, i vantaggi di una logistica d’avanguardia, le opportunità di sviluppo accelerato insite nel franchising e gli spazi di mercato di un made in Italy democratico e alla portata di tutti. Poi sicuramente vanno ricordate le sue campagne pubblicitarie, la capacità di comunicare “lo scandalo” e di farne un fattore di potenziamento dell’identità aziendale. Benetton è in fondo il più genuino rappresentante di quella borghesia italiana anticonformista e cosmopolita che ha avuto, caso mai, il difetto di essere stata minoritaria al suo interno. Purtroppo il profilo-tipo del grande industriale italiano è anni luce distante da quello di Luciano ed è forse anche questo uno dei motivi della nostra attuale debolezza. E comunque ancora oggi quando si parla dell’appannamento del mito industriale dei Benetton, messo alla frusta dagli altrettanti straordinari successi di Zara e di H&M, non bisognerebbe dimenticare che i negozi della multinazionale di Ponzano Veneto restano il presidio italiano più diffuso nel mondo. Se ci fosse un nostro capitalismo delle reti i punti vendita Benetton ne rappresenterebbero forse la componente più avanzata in termini di esperienza, conoscenza del consumatore e capillarità. Il retail resta infatti il tallone d’Achille della nostra industria, siamo cresciuti magnificando le virtù dei nostri prodotti ma anche sottovalutando colpevolmente l’importanza della distribuzione, più in generale delle reti. I francesi, che noi ci ostiniamo a raffigurare come centralisti e legati a un modello di industria pesante, hanno invece investito con grande lungimiranza nel retail. Pensiamo alla forza dei transalpini nella grande distribuzione grazie a colossi come Carrefour e Auchan, pensiamo a quanto hanno saputo fare negli articoli sportivi con Decathlon e nella moda con i loro grandi marchi. Se vogliamo dunque spremere fino in fondo le potenzialità del made in Italy nei mercati emergenti, laddove esiste una folta schiera di nuovi ricchi (stimata in 100 milioni di individui solo sommando Cina, India e Brasile), non possiamo non porci il compito di creare delle trading company che aiutino le piccole e medie imprese innovative a insediarsi in quei mercati. Nella classifica dei principali distributori a livello mondiale il primo italiano si colloca solo al 52esimo posto (Coop Italia) con una proiezione all’internazionalizzazione limitata in termini di numero di Paesi e di distanza geografica. Né nel largo consumo, né nell’abbigliamento e calzature e nemmeno nell’arredamento siamo stati in grado di costruire una rete di distribuzione globale. Altri Paesi europei che non fossero Francia, Germania e Regno Unito ci sono riusciti, per di più nei settori privilegiati dalla produzione del made in Italy. Gli spagnoli di Inditex-Zara sono tra i primi dieci nel mondo nel retail di abiti e scarpe e gli svedesi di H&M settimi ma è ancora più paradossale constatare nell’arredamento, non solo lo stra-celebrato primato di Ikea, ma addirittura il sesto posto mondiale di una catena austriaca, XXXLutz Group. Riusciremo mai a recuperare il tempo perduto?

twitter@dariodivico

 

Elogio di Luciano Benetton e relativi considerazioni sullo stato del retail italiano -

  (da Style) Luciano Benetton è stato uno straordinario imprenditore. Le classifiche sono sempre difficili ma in un ipotetico ranking dell’innovazione italiana il fondatore di United Colors occuperebbe uno dei primissimi posti. Prima di tantissimi altri ha capito le potenzialità di una filiera flessibile, i vantaggi di una logistica d’avanguardia, le opportunità di sviluppo accelerato insite nel franchising e gli spazi di mercato di un made in Italy democratico e alla portata di tutti. Poi sicuramente vanno ricordate le sue campagne pubblicitarie, la capacità di comunicare “lo scandalo” e di farne un fattore di potenziamento dell’identità aziendale. Benetton è in fondo il più genuino rappresentante di quella borghesia italiana anticonformista e cosmopolita che ha avuto, caso mai, il difetto di essere stata minoritaria al suo interno. Purtroppo il profilo-tipo del grande industriale italiano è anni luce distante da quello di Luciano ed è forse anche questo uno dei motivi della nostra attuale debolezza. E comunque ancora oggi quando si parla dell’appannamento del mito industriale dei Benetton, messo alla frusta dagli altrettanti straordinari successi di Zara e di H&M, non bisognerebbe dimenticare che i negozi della multinazionale di Ponzano Veneto restano il presidio italiano più diffuso nel mondo. Se ci fosse un nostro capitalismo delle reti i punti vendita Benetton ne rappresenterebbero forse la componente più avanzata in termini di esperienza, conoscenza del consumatore e capillarità. Il retail resta infatti il tallone d’Achille della nostra industria, siamo cresciuti magnificando le virtù dei nostri prodotti ma anche sottovalutando colpevolmente l’importanza della distribuzione, più in generale delle reti. I francesi, che noi ci ostiniamo a raffigurare come centralisti e legati a un modello di industria pesante, hanno invece investito con grande lungimiranza nel retail. Pensiamo alla forza dei transalpini nella grande distribuzione grazie a colossi come Carrefour e Auchan, pensiamo a quanto hanno saputo fare negli articoli sportivi con Decathlon e nella moda con i loro grandi marchi. Se vogliamo dunque spremere fino in fondo le potenzialità del made in Italy nei mercati emergenti, laddove esiste una folta schiera di nuovi ricchi (stimata in 100 milioni di individui solo sommando Cina, India e Brasile), non possiamo non porci il compito di creare delle trading company che aiutino le piccole e medie imprese innovative a insediarsi in quei mercati. Nella classifica dei principali distributori a livello mondiale il primo italiano si colloca solo al 52esimo posto (Coop Italia) con una proiezione all’internazionalizzazione limitata in termini di numero di Paesi e di distanza geografica. Né nel largo consumo, né nell’abbigliamento e calzature e nemmeno nell’arredamento siamo stati in grado di costruire una rete di distribuzione globale. Altri Paesi europei che non fossero Francia, Germania e Regno Unito ci sono riusciti, per di più nei settori privilegiati dalla produzione del made in Italy. Gli spagnoli di Inditex-Zara sono tra i primi dieci nel mondo nel retail di abiti e scarpe e gli svedesi di H&M settimi ma è ancora più paradossale constatare nell’arredamento, non solo lo stra-celebrato primato di Ikea, ma addirittura il sesto posto mondiale di una catena austriaca, XXXLutz Group. Riusciremo mai a recuperare il tempo perduto?

dariodivico

 

Passera: rischio commissariamento era reale ma è stato evitato.

(AGI) - Roma, 24 mag. - Il commissariamento dell’Italia «è
stato un rischio reale che molti hanno avuto in testa come
quasi certo ma si è voluto con fierezza e razionalità
evitato». Lo ha sottolineato il ministro dello Sviluppo
economico, Corrado Passera, intervenendo all’assemblea di
Confindustria. (AGI)
Rm1/Mom/Pit
241207 MAG 12

==PASSERA: RISCHIO COMMISSARIAMENTO ERA REALE MA È STATO EVITATO =
(AGI) - Roma, 24 mag. - Il commissariamento dell’Italia «è
stato un rischio reale che molti hanno avuto in testa come
quasi certo ma si è voluto con fierezza e razionalità
evitato». Lo ha sottolineato il ministro dello Sviluppo
economico, Corrado Passera, intervenendo all’assemblea di
Confindustria. (AGI)
Rm1/Mom/Pit
241207 MAG 12

Pagamenti/ I decreti di Monti saranno un test dei rapporti tra banca e impresa

 Come tutte le fumate bianche si è fatta attendere ma porta con sé un qualcosa di liberatorio. Finalmente dunque il governo ha sbloccato la complessa partita dei pagamenti ritardati della pubblica amministrazione alle imprese e lo ha fatto con una soluzione che non compromette l’ammontare del debito pubblico. Cioè non lo aumenta. Si potrà obiettare che si è perso troppo tempo per strada e che il rebus meritava di essere risolto almeno qualche mese prima (almeno) ma non è il caso di recriminare ulteriormente. E’ meglio salutare con favore la novità e prepararsi a gestirla in maniera che i tempi siano più stretti possibile, le procedure viaggino spedite e le banche maturino la capacità di collaborare a pieno per il successo dell’operazione. Bene che vada ci vorranno diversi mesi prima che i soldi entrino veramente in circolo e questo lasso di tempo va governato. Mettendo in conto anche qualche ostacolo.

  Le amministrazioni morose hanno infatti 60 giorni di tempo per certificare i crediti delle Pmi e dovranno definire una data certa per i pagamenti che non può superare i 12 mesi. Nel frattempo però – ed è questa la novità – i Piccoli si potranno recare in banca con la certificazione dei loro crediti, ottenere nuova (e aggiuntiva) liquidità oppure cedere in toto i diritti. Non è cosa da poco e sicuramente si presta ad innescare un circolo virtuoso, a rimettere in moto molte aziende che senza liquidità rischierebbero di ridurre l’attività o addirittura di chiuderla. I decreti del governo Monti permettono poi un’altra operazione che in gergo va sotto il nome di compensazioni. La certificazione dei crediti può servire a pagare debiti nei confronti del fisco e degli enti previdenziali e quindi a interrompere azioni di pignoramento da parte di Equitalia. Insomma se finora banche e società di riscossione erano state le bestie nere dei Piccoli, grazie all’iniziativa dell’esecutivo si può pensare di scrivere una pagina nuova. Senza farsi illusioni ma anche con la piena consapevolezza che le occasioni vanno sfruttate fino in fondo. Di conseguenza sarà decisivo il ruolo della rappresentanza che dovrà vigilare perché i flussi di denaro che torneranno alle imprese siano costanti/regolari e il timing annunciato dal presidente Mario Monti sia onorato.

    Non è casuale, del resto, che i decreti del governo arrivino a cavallo tra le due assemblee, quella di Rete Imprese Italia che si è tenuta nella prima decade di maggio e quella di Confindustria che si terrà domani. Complice la Grande Crisi l’efficacia dell’attività di rappresentanza delle imprese ha, nell’ultimo periodo, segnato il passo. Qualche osservatore ha addirittura colto un calo di motivazione da parte dei gruppi dirigenti. Ebbene, la gestione dei decreti sui pagamenti sarà un ottimo test anche per loro. Il dialogo con le banche è strategico, va riaperto e riqualificato lasciandosi alle spalle una lunga stagione di incomprensioni e di sciatteria. La modernizzazione in questo caso comincia dal basso, le imprese devono crescere in trasparenza, individuazione del business e collaborazione tra di loro. Ma le banche devono dimostrare di aver maturato una nuova capacità di lettura delle trasformazioni del territorio e di conseguente selezione del credito. Mai come adesso c’è bisogno di rimboccarsi le maniche.

Dario Di Vico